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Per Serge Weyland, ceo di Alfi, il Grand Ducato è pronto a diventare l’hub europeo degli alternativi. E con gli AIF che valgono un terzo dei 7.400 miliardi gestiti, le stime di crescita sono rosee. Ma sulla democratizzazione serve cautela: “Meglio lavorare su clienti private e wealth”
Da piattaforma europea per gli UCITS a centro nevralgico per i fondi alternativi. Dopo aver imposto la propria leadership in Europa come domicilio d’elezione per i fondi di investimento, il Lussemburgo si prepara ora a giocare un ruolo sempre più strategico nel futuro dei mercati privati. La promessa arriva direttamente da chi l’industria del Gran Ducato la rappresenta, in qualità di ceo dall’associazione che riunisce gli asset manager attivi nel Paese: Serge Weyland. “Siamo già il punto di riferimento per questo segmento”, ha detto il numero uno di Alfi a FocusRisparmio dopo la conferenza con cui ha inaugurato il Private Market Event del mese scorso. Una scommessa che dà l’idea di quanto la tendenza sia in ascesa ma da condurre passo dopo passo, come ha tenuto a chiarire lo stesso manager: “Per ora, meglio lavorare su clienti private e wealth”.

Il Lussemburgo è il primo hub in Europa per i fondi UCITS. Può diventarlo anche per i mercati privati?
Lo è già. I fondi d’investimento alternativi, di cui quelli dedicati ai mercati privati rappresentano la quota più rilevante, valgono oggi 2.600 dei 7.400 miliardi di euro complessivamente domiciliati nel Paese. Questo significa che gli AIF pesano per oltre un terzo sul patrimonio gestito e la tendenza è chiaramente in crescita. Negli ultimi anni il segmento si è espanso rapidamente, per cui crediamo che il ritmo non rallenterà. Vediamo inoltre sempre più gestori internazionali trasferire le loro strutture da giurisdizioni offshore al Gran Ducato o addirittura utilizzare il nostro Paese come unico domicilio per la base di investitori globali: è finita, insomma, l’epoca dei veicoli paralleli destinati solo all’Europa.
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Quali iniziative state portando avanti per sostenere il trend?
Continuiamo a lavorare con le istituzioni UE per superare alcune barriere che ancora ostacolano il mercato unico. In diversi Paesi membri, per citare un caso particolarmente evidente, alcuni incentivi fiscali restano riservati ai prodotti domestici e sopravvivono impedimenti a includere i fondi con focus sui mercati privati all’interno delle polizze vita o dei prodotti assicurativi in senso lato. Bruxelles ha riconosciuto il problema e si è impegnata a intervenire: un passaggio fondamentale per la reale integrazione dei mercati finanziari tanto invocata negli ultimi anni. Secondo uno studio EFAMA, 5.700 miliardi di fondi europei sono infatti distribuiti a investitori extra-comunitari: una cifra che include gli UCITS ma anche una parte di prodotti alternativi.
Negli ultimi anni si parla molto di democratizzazione degli alternativi. È realistico pensare a un’apertura al retail?
Dipende dal segmento e dalla geografia. Tra gli investitori istituzionali, l’allocazione verso gli asset privati è cresciuta in modo impressionante: se quindici anni fa un tipico fondo pensione tedesco investiva l’1%-2% nei mercati privati, oggi siamo nella forchetta 5%-10% e perfino oltre in certi casi. All’estero, come in Canada o negli Stati Uniti, veicoli come il Canadian Pension Plan arrivano al 55% mentre gli endowment delle grandi università storicamente hanno una quota attorno al 40%. Quando invece si parla di clientela al dettaglio, penso che la strada da compiere in Europa sia ancora molta lunga: meglio concentrarsi prima sull’universo private o sul wealth management, come del resto stanno facendo tutte quelle banche private che lanciano sul mercato veicoli evergreen e soluzioni più flessibili per la gestione della liquidità.
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Quanto conta l’innovazione di prodotto nel favorire l’accesso agli investimenti privati?
Conta moltissimo. L’industria ha imparato a trattare asset illiquidi in un formato più liquido ma è fondamentale mantenere disciplina e prudenza. Servono strumenti di gestione efficaci e un forte controllo sulle valutazioni, per garantire equità tra gli investitori. Le nuove strutture, come i fondi aperti ibridi o i già citati veicoli evergreen, possono rendere più agevole l’allocazione ma devono restare coerenti con il profilo di rischio dell’asset sottostante.
Qual è la vostra visione sul quadro regolamentare europeo, a partire da AIFMD2?
La direttiva AIFMD ha creato un modello di riferimento solido per l’industria europea degli alternativi. Ora stiamo implementando AIFMD2, che introduce novità importanti come i fondi di debito e la loan origination. Alcune regole rischiano di risultare restrittive ma, se l’effetto sarà quello di ottenere un passaporto paneuropeo per i fondi di prestiti, non potranno che essere accolto come un passo avanti per tutta l’industria. Il messaggio che vogliamo trasmettere ai policymaker in tal senso è chiaro: serve un equilibrio tra supervisione, protezione degli investitori e innovazione. L’economia reale europea ha bisogno del contributo dei mercati privati, dal private debt al private equity, per sostenere la crescita e la transizione ecologica.
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E i nuovi ELTIF 2.0 possono contribuire a questo sviluppo?
Rappresentano sicuramente un’evoluzione positiva. L’aggiornamento del framework normativo ha permesso all’Europa di dotarsi di uno strumento più flessibile e accessibile, che può facilitare la distribuzione dei fondi illiquidi anche a un pubblico più ampio. Alcuni grandi gestori globali hanno già lanciato ELTIF domiciliati in Lussemburgo e sono rimasti sorpresi dall’interesse riscontrato in aree come Asia o America Latina. È la prova che il marchio europeo può diventare riconosciuto anche fuori dal continente, come già accaduto con gli UCITS.
Quali prospettive di crescita vede per i mercati privati nei prossimi anni?
Tutti gli studi di mercato indicano una crescita sostenuta e strutturale. Il vero motore sarà l’educazione finanziaria, sia degli investitori sia dei consulenti, che devono familiarizzare con questa asset class. È quanto è accaduto negli Stati Uniti, dove la democratizzazione degli alternativi si è sviluppata in modo graduale ma costante. Il Lussemburgo, con la sua infrastruttura ma anche la sua esperienza e il suo ruolo di hub europeo, è nella posizione ideale per guidare questa nuova fase di sviluppo. I private assets non sono più una nicchia: sono una componente essenziale dell’ecosistema del risparmio gestito del futuro.
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