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Per il top manager, nel 2026 gli investitori dovranno tenere a mente la lezione del Duemila e mantenere un’ampia diversificazione in asset internazionali. Ecco dove guardare
Dopo un 2025 caratterizzato dal ‘caos trumpiano’, nel 2026 il nuovo scenario globale si farà via via più chiaro. E richiederà grande selettività e lungimiranza. A dirlo è Giordano Lombardo, founder, ceo e co-cio di Plenisfer Investments SGR, che nella sua Lettera annuale spiega come gli stimoli monetari e fiscali post pandemia, le tensioni sui mercati delle commodity e le politiche della Casa Bianca abbiano definitivamente mandato in archivio il contesto prevalente nei tre decenni passati. È arrivata insomma la parola fine per il regime di inflazione ridotta, bassi tassi di interesse e crescita globale a trazione USA. Per questo il consiglio agli investitori è quello di guardare al di fuori degli States, per una vera diversificazione, e di tenere d’occhio il più grande rischio ignorato: il riaccendersi dei prezzi.

Inflazione: il rischio ignorato
“Oggi il principale rischio macro non ‘prezzato’ dal mercato è un ritorno dell’inflazione strutturalmente sopra i livelli attuali”, mette in guardia Lombardo. Le spinte in questo senso sono molteplici: dal protezionismo alla de-globalizzazione, dall’effetto dell’invecchiamento demografico sul mercato del lavoro fino alla domanda politica di redistribuzione della quota di reddito nazionale destinata ai lavoratori. Non solo. Nel breve pesano anche le politiche fiscali e monetarie negli Stati Uniti e nei principali Paesi europei e asiatici. “Politiche fiscali espansive per stimolare la crescita dei consumi e degli investimenti delle imprese sono solitamente accompagnate da politiche monetarie restrittive, di controllo delle spinte inflazionistiche. Ma non pare questo lo scenario attuale”, analizza infatti l’esperto. A suo parere, l’unico elemento di contrasto a questo rischio è rappresentato dagli aumenti di produttività derivanti dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale e da loro possibile effetto deflazionistico.
Quattro punti salienti
Per Lombardo ci sono quattro fattori da tenere d’occhio nello scenario attuale. Il primo è proprio il fatto che le politiche di reflazione monetaria e fiscale in corso nel 2025 sono destinate a continuare sia negli USA che in Europa e Asia. Sul piano geopolitico, prosegue, restano poi “elevati i rischi di conflitti armati basati sull’esercizio di potere unilaterale delle principali potenze, rispetto alla cooperazione multilaterale”, mentre sul fronte tecnologico continua la corsa agli investimenti in AI, “ma con un crescente scrutinio degli investitori circa vincitori e vinti”. Infine è cruciale, secondo l’esperto, anche il deprezzamento del dollaro. “A nostro avviso, il fatto più importante dell’anno sui mercati è stata la perdita di valore del biglietto verde contro tutte le altre valute (tranne lo yen) e soprattutto contro l’oro”, sottolinea. Facendo notare come, a fronte della corsa ai titoli tech statunitensi, gli investitori internazionali abbiano continuato ad uscire dagli asset americani e denominati in dollari. “La borsa a stelle e strisce ha sottoperformato rispetto ai principali listini mondiali. E a causa del deprezzamento della valuta, il rendimento dei titoli di Stato Usa a dieci anni è stato del 9% in dollari ma del -4% in euro”, rimarca. Avvertendo come questi trend potrebbero continuare.
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Portafoglio “investito” ma diversificato
In tutto questo, prosegue Lombardo, valutazioni di Borsa e spread di credito sono molto ‘tirati’. “Le borse più attraenti in termini di valutazione sono quelle dei mercati emergenti, l’Europa e il Regno Unito”, afferma. Precisando come invece i rendimenti dei titoli pubblici rimangano a rischio a causa degli eccessi in termini di deficit fiscale, soprattutto Oltreoceano ma anche in altri Paesi come Francia e Regno Unito. “Rimangono rischi nell’ambito del private equity e del private credit, con potenziali conseguenze sui mercati dei titoli quotati, nel caso i detentori di asset privati siano costretti a ridurre i rischi complessivi di portafoglio vendendo le componenti ‘liquide’”, aggiunge. Per l’espetto, quindi, in un contesto di maggiore intensità di capitale, di debiti record e di rendimenti attesi più compressi, un errore di allocazione, un eccesso di leva o un’adesione passiva ai trend dominanti possono avere “conseguenze negative durature”. Per questo, “la prima decisione da prendere con riferimento alle strategie di portafoglio è il livello di rischio complessivo”.
Cosa insegna la storia
A questo proposito Lombardo analizza due esempi storici: la Grande Crisi del 2008 e la bolla di Internet di fine anni Novanta. A suo parere, soprattutto quest’ultimo periodo è particolarmente indicativo, perché anche allora sarebbe stato possibile costruire portafogli ‘robusti’ rispetto al formarsi della bolla. “Le valutazioni delle large cap USA erano estremamente care, c’erano invece situazioni molto più attraenti per tutta una serie di altre asset class: azioni e obbligazioni dei mercati emergenti, small cap internazionali. Senza contare che i Tips offrivano allora rendimenti reali del 4%”, evidenzia. Insomma, per l’esperto non occorreva ridurre complessivamente l’esposizione verso gli asset rischiosi, ma si poteva costruire un portafoglio ben diversificato di azioni e titoli corporate valutati a prezzi ragionevoli. “E questo, senza dover fare alcuna previsione circa il ‘timing’ dello scoppio, solo accettare per un po’ un tracking error più alto rispetto agli indici”, precisa.
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Emergenti, small cap internazionali e large cap extra USA
Secondo Lombardo la situazione attuale è molto simile: “Le valutazioni della Borsa americana in termini di cape sono sopra il livello del 2021 e circa il 10% sotto il picco del Duemila. D’altra parte, si trovano opportunità attraenti nei mercati emergenti sia azionari che obbligazionari, nelle small cap internazionali, e anche nelle large cap, se si guarda fuori dagli Stati Uniti”, sostiene. Molto meno favorevoli, a suo parere, sono invece le valutazioni sui mercati del credito, sia investment grade che high yield. “Con questo non vogliamo dire che lo scenario fondamentale della tecnologia sia assimilabile a quello di fine anni Novanta: ci sono somiglianze, ma anche forti differenze”, chiarisce. Tuttavia, per il manager di Plenisfer il set di opportunità è molto simile e “la costruzione di portafoglio può beneficiare di una ampia diversificazione in asset internazionali, mantenendo un livello di rischio complessivo non troppo basso”.
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