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Secondo il ceo di J.P. Morgan, i mercati stanno sottovalutando i rischi geopolitici e di inflazione. “Attenzione soprattutto agli spread creditizi”. E intanto fa rotta sulla Cina per cavalcare il disgelo Washington-Pechino
Una boccata di ossigeno per i mercati ma nulla di più. È questa la chiave di lettura per interpretare lo stop alle tariffe di Donald Trump deciso da un tribunale federale USA. Tra coloro che ne sono convinti c’è anche Jamie Dimon, che in un recente intervento ha sottolineato come la guerra dei dazi sia ben lontana dall’aver mostrato tutti i suoi effetti sull’economia globale. Una dichiarazione, quella del ceo di J.P. Morgan, che non è passata inosservata e ha subito messo in allerta gli investitori sulla traiettoria dei mercati azionari nei prossimi mesi.
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Mercati superficiali
Il guru finanziario ha avvertito che si potrebbe verificare un crollo del mercato azionario quando le aziende si ritroveranno a fare i conti con i nuovi costi raggiunti dalle forniture. Uno scenario che minaccia di cogliere alla sprovvista gli operatori, intenti a festeggiare la sentenza con cui la US Court of International Trade (UCIT), ha dichiarato illegittime alcune delle misure commerciali di Trump perché adottate sulla base di una legge del 1977 che in realtà non le consentirebbe. “I mercati stanno sottovalutando i rischi geopolitici e la possibilità di un nuovo aumento dei prezzi”, ha detto, mettendo in guardia dal lasciarsi andare all’indifferenza di fronte a un peggioramento del quadro macro che vede nell’ampliamento degli spread creditizi il maggior campanello d’allarme.
La scommessa sulla Cina
Non è però tutto da buttare, per il guru, quanto avvenuto nelle ultime settimane sul versante del commercio. La dichiarazione congiunta rilasciata dai funzionari di Stati Uniti e Cina dopo l’incontro di inizio maggio a Ginevra, in cui le due potenze si sono impegnate a ridurre per 90 giorni la maggior parte dei dazi reciproci e mantenere aperte discussioni per accordi più ampi, ha infatti convinto il top manager dell’opportunità di intraprendere nuove iniziative proprio nel Paese asiatico. A margine di un incontro con il vicepremier cinese He Lifeng, il ceo di J.P. Morgan ha cioè dichiarato di voler “rafforzare” l’impegno locale della banca e si è sbottonato sulla possibilità di “approfondire il coinvolgimento” nei mercati dei capitali della regione sostenendo sia le multinazionali che lì operano sia le aziende locali desiderose di crescere a livello internazionale.
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Rotte inesplorate
Non si tratta della prima sortita con cui il guru lascia intendere di voler espandere il business della sua compagnia a nuove frontiere. A fine ottobre, ad esempio, ha anticipato che l’asset manager americano si prepara a debuttare in Kenya e Costa D’Avorio. Una scelta che rispecchia la volontà della prima banca USA, presente in oltre 100 Paesi del mondo per un totale di 4,2 trilioni di dollari di masse in gestione, di aumentare la propria diffusione alla scala internazionale e recuperare così il ritardo rispetto a competitor come Citigroup. “Vogliamo aggiungere un Paese africano o due per biennio”, aveva spiegato in quell’occasione, dando il via a un tour nel continente che consentisse di “essere sul posto e avere molte più conoscenze o relazioni locali”.
L’ultimo di molti
Dimon non è il primo grande investitore che si esprime contro le politiche di Trump. Nelle scorse settimane è stata la volta di Warren Buffett, che ha usato toni ancora più duri. Non c’è dubbio che il commercio possa essere un atto di guerra”, ha detto l’Oracolo di Omaha, mettendo in guardia sui rischi di usarlo come arma ed esortando Washington a rilanciare le relazioni con il resto del mondo perché “è ciò che sappiamo fare meglio”. Parole che fanno eco a quelle di due mesi fa, quando è intervenuto ai microfoni della Cbs e ha definito le tariffe “una tassa sulle merci ma non un modo relativamente indolore per aumentare le entrate”. “Raggiungere la prosperità non è un gioco a somma zero”, ha proseguito l’uomo d’affari, che ha spiegato: “Più prospereremo noi e più ci sentiremo al sicuro”. Quindi ha aggiunto che può essere pericoloso per un Paese offendere il resto del mondo rivendicando la propria superiorità. “È un grosso errore quando hai sette miliardi e mezzo di persone che non ti apprezzano e 300 milioni che si vantano di quanto bene hanno fatto”, ha concluso.
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