Sui mercati la tensione è tornata alle stelle. Per gli analisti, un allargamento del conflitto rischia infatti di alimentare uno shock energetico e finanziario globale. Ecco i possibili scenari
Sui mercati è tornata l’allerta rossa. Gli attacchi contro l’Iran da parte di Israele, che tre giorni sta bombardato alcuni siti nucleari di Teheran e ha chiuso il proprio spazio aereo, sono infatti arrivati a destabilizzare ulteriormente il già burrascoso scenario geopolitico globale. E gli investitori, dopo mesi di tensioni e incertezza, hanno subito reagito negativamente: mandando a picco i listini, riversandosi nei beni rifugio, dollaro compreso, facendo balzare non solo il petrolio ma anche il gas e i titoli della difesa. Il timore principale è che possa aprirsi un terzo fronte di guerra, dopo quelli in Ucraina e a Gaza, ma anche che le nuove tensioni possano portare a uno stop della produzione petrolifera iraniana. Con inevitabili ripercussioni su crescita, inflazione e politica monetaria.
Filippo Diodovich, senior market strategist di ING Italia
“Le Borse risentono della crescente incertezza e della possibilità di un allargamento del conflitto”, analizza Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, secondo cui la paura maggiore è che l’escalation possa estendersi ben oltre i confini di Israele e Iran, coinvolgendo attori regionali e globali, oppure innescando azioni di sabotaggio o rappresaglia su infrastrutture economiche critiche. “Tra gli obiettivi potenzialmente a rischio ci sono le infrastrutture petrolifere e del gas naturale”, spiega, indicando gli impianti strategici di South Pars (il più grande giacimento di gas naturale al mondo), le raffinerie di Abadan e Isfahan, oppure i terminal per l’esportazione di greggio situati a Jas e nell’isola di Karg, veri e propri snodi vitali per le esportazioni energetiche iraniane. “Un attacco a uno di questi siti, o anche solo la minaccia concreta, potrebbe causare gravi interruzioni dell’offerta globale di petrolio e gas, con conseguente impennata dei prezzi”, precisa.
A questo, secondo Diodovich, si aggiunge un’altra preoccupazione cruciale: il possibile coinvolgimento diretto di altri Paesi della regione, come il Libano, la Siria, l’Iraq, oppure persino attori del Golfo come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti o, ancora, di altri ancora più pericolosi e potenti come Stati Uniti (alleato di Israele) e Russia (alleato dell’Iran). “Un allargamento del conflitto potrebbe mettere a rischio porti commerciali strategici come Bandar Abbas, che rappresenta uno dei più importanti punti di snodo per l’import-export iraniano e per la navigazione nello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare”, chiarisce. Rimarcando che qualsiasi blocco o attacco in quest’area causerebbe turbative gravi al commercio marittimo globale e ulteriori rincari nei costi di trasporto e delle materie prime.
Per questo, secondo l’esperto di IG Italia, l’attuale crisi tra Israele e Iran costituisce anche una minaccia sistemica per la stabilità dei mercati globali. “Le prossime ore e giorni saranno cruciali: ogni segnale di de-escalation potrebbe calmare gli investitori, ma un ulteriore deterioramento rischia di alimentare uno shock energetico e finanziario globale”, avverte, consigliando di monitorare con particolare attenzione petrolio, gas naturale, oro, valute rifugio e i settori energetico e della difesa. Anche Matthew Ryan, head of market strategy di Ebury, evidenzia come, con tutta probabilità, gli asset rifugio saranno ben sostenuti nei prossimi giorni, poiché i mercati si preparano a ulteriori attacchi di ritorsione e alla possibilità di un conflitto più ampio. Ma non solo. “L’impennata dei prezzi del petrolio ha anche implicazioni più ampie”, avverte l’esperto, secondo cui “potrebbe sia incidere sulle prospettive di crescita globale sia mantenere elevate le pressioni inflazionistiche per un periodo più lungo, complicando il ciclo di allentamento monetario tra le principali banche centrali mondiali”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Ricardo Evangelista, senior analyst di ActivTrades, che evidenzia come un conflitto nel Golfo rischia di interrompere il traffico attraverso una delle principali rotte di navigazione del mondo e di stoppare le forniture da una regione responsabile di circa un quarto della produzione globale. “In questo contesto di tensione, gli operatori di mercato rimarranno probabilmente molto vigili, con un aumento della volatilità e la possibilità di ulteriori aumenti dei prezzi nei prossimi giorni”, mette quindi in guardia. Quanto all’oro, per Evangelista un ulteriore rialzo del metallo giallo è attualmente limitato dal rimbalzo del dollaro: “Anche il biglietto verde ha beneficiato del calo della propensione al rischio, rimbalzando dal livello più basso dal 2022. In quanto bene rifugio, l’aumento della domanda di dollari ha limitato i guadagni dell’oro a causa della correlazione inversa dei prezzi tra i due”, spiega.
Kaan Nazli, senior economist and portfolio manager di Neuberger Berman, punta l’attenzione sulle possibili ripercussioni di un’escalation su alcuni mercati Emergenti. A partire dall’Egitto. Qui, spiega, potrebbe esserci “qualche impatto negativo sulle partite correnti, dato che il deficit energetico si è ampliato e le entrate del Canale di Suez e del turismo avranno bisogno di una fase più lunga per normalizzarsi”. Tuttavia, precisa, questo potrebbe essere compensato da un maggiore sostegno internazionale, dato che il conflitto in corso sottolinea l’importanza strategica del Paese. Anche per il Gulf Cooperation Council gli esiti potrebbero essere eterogenei, a seconda che l’Iran scelga di attaccare l’energia o le infrastrutture civili in questi Paesi, oppure si concentri sui mezzi militari statunitensi. “Quest’ultima ipotesi sembra più probabile a questo punto, visti i limiti di capacità dell’Iran”, sottolinea.
L’Iraq, secondo Nazl, potrebbe subire pressioni a causa di potenziali attacchi iraniani, “anche se la capacità di pagamento, ora favorita dai prezzi del petrolio, non dovrebbe risentirne”, mentre la Giordania appare “aiutata anche dalla posizione geopolitica da un lato, seppure dall’altro risulta esposta in quanto importatrice di petrolio”. Infine, l’eperto aggunge all’elenco anche Libano e Turchia. Quest’ultima “è esposta all’impatto sull’inflazione e sulle partite correnti dell’aumento dei prezzi del petrolio e al peggioramento del sentiment di rischio regionale”, chiarisce. Mentre per Beirut il possibile scenario è che“un Iran indebolito e concentrato al suo interno lascerà meno spazio per aiutare Hezbollah a mantenere la sua influenza politica, in modo che le circostanze per il processo di normalizzazione politica ed economica iniziato lo scorso autunno non cambino”, conclude.
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