I rincari dei beni per la casa spingono al rialzo del 2,7% l’indice dei prezzi al consumo su base annua. In salita anche il dato congiunturale e la componente core. Ma Trump festeggia e chiede tre tagli a Powell. Per i gestori, non è uno scenario da escludere. E in gioco ora c’è l’indipendenza stessa della banca centrale
I dazi del presidente Donald Trump spingono in rialzo l’inflazione degli Stati Uniti. A confermarlo sono gli ultimi dati del Bureau of Labor Statistics, che per il mese di giugno segnalano un indice dei prezzi al consumo in aumento tendenziale del 2,7% e sopra il 2,4% di maggio. Una rilevazione ampiamente in linea con le attese degli economisti ma che alimenta gli interrogativi sulle prossime mosse della Federal Reserve, con i gestori divisi rispetto alla possibilità di nuovi tagli dei tassi ma concordi su un aspetto: in gioco, di qui a fine anno, ci sarà l’indipendenza della banca centrale.
In crescita anche il dato core. Ma Trump chiede tre tagli
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti
Oltre a un aumento su base annua, i dati dell’istituto di statistica americano confermano come l’accelerazione del costo della vita sia avvenuta anche in termini congiunturali: su base mensile i prezzi hanno infatti segnato un +0,3%, in linea con le previsioni del consensus. L’indice core, quello calcolato al netto dei rincari subiti da beni particolarmente volatili come energia e alimenti, è salito invece del 2,9% rispetto allo stesso periodo del 2025 e dello 0,2% nel giro di 30 giorni. Niente che possa però preoccupare la Casa Bianca, secondo cui proprio la dinamica della componente di fondo testimonia come “la strada giusta” sia stata imboccata dall’inflazione sotto la presidenza Trump. Lo stesso tycoon, non a caso, ha approfittato del dato per rincarare la dose nei confronti del presidente Jerome Powell dopo i ripetuti attacchi dei mesi scorsi: “La Fed dovrebbe tagliare i tassi di tre punti. Risparmieremmo mille miliardi di dollari l’anno”, ha scritto sul suo social Truth.
Ma i gestori vedono l’effetto dazi. E si spaccano sui tagli
David Rees, head of Global Economics di Schroders
David Rees, head of Global Economics di Schroders, non ha dubbi sul fatto che la ripresa dell’inflazione sia conseguenza diretta dei dazi. E se ad aver risentito maggiormente delle tariffe sembrano essere al momento segmenti come quello degli arredi per la casa, con rincari di circa l’1% su base mensile, l’esperto non esclude che possano profilarsi nelle prossime settimane “sfide più impegnative”. “Se tutte le minacce tariffarie di Trump saranno attuate il primo agosto”, spiega, “l’aliquota effettiva delle tariffe negli USA potrebbe salire al 24% e aggiungere più dell’1% alla nostra previsione del 3,1% di carovita medio annuo fino alla fine del 2026”. Uno scenario che, per Rees, rischia di ridurre il Pil di oltre lo 0,5% e portare il Paese alla stagflazione.
Jeffrey Cleveland, capoeconomista presso Payden & Rygel
Non dovrebbe dunque stupire che una parte dei gestori ora confidi in una maggiore flessibilità da parte della Fed, finora ancorata all’approccio data driven e alla logica della prudenza. Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel, pensa ad esempio che l’inflazione core sia in target e che si sia aperto lo spazio per allentamenti graduali della politica monetaria. “Anche se si osservano segnali di pressioni sui prezzi dei beni per la casa e di altre componenti di spesa”, sostiene, “l’impatto complessivo dei dazi sembra contenuto rispetto alle stime più pessimistiche”. Dal suo punto di vista, in attesa del dato di luglio, lo scenario inflazionistico resta quindi coerente con la visione della casa: il rallentamento della componente relativa agli alloggi continua a controbilanciare i rincari dei prodotti e, con l’attenuarsi degli effetti legati alle nuove tariffe, è probabile che la componente di fondo prosegua il suo percorso verso l’obiettivo del 2%. Ne consegue la previsione di “tre tagli dei tassi entro la fine dell’anno”, per un totale di 75 punti base, distribuiti tra le riunioni che vanno da settembre a dicembre.
Anche PIMCO è convinta che Powell abbia guadagnato un buon margine di manovra, pur avendo elabora uno scenario predittivo piuttosto diverso rispetto agli altri gestori. “Continuiamo a prevedere un aumento dell’inflazione dei beni di riflesso al trasferimento dei costi dei dazi dalla imprese ai consumatori”, precisano gli analisti della società, secondo i quali però la disinflazione in corso nei servizi dovrebbe comunque sostenere tagli ai tassi da settembre in avanti. “Il fatto che il carovita sia concentrato nelle categorie merceologiche core renderà più facile alla Fed comunicare le ragioni della decisione di alleggerire il costo del denaro nonostante un dato core in procinto di superare il 3% entro dicembre”.
Secondo Saverio Berlinzani, chief analyst di ActivTrades, rappresenta invece tutti coloro che mantengono una view negativa. Dal suo punto di vista, le possibilità che la Fed tagli il costo del denaro nella riunione di fine luglio sono infatti ridotte a zero. E la ragione, più che nella rilevazione sull’inflazione, risiede nella dinamica mostrata dal mercato del lavoro. “I dati sui non farm payrolls e sulle richieste di sussidi di disoccupazione mandano segnali di tenuta”, spiega l’esperto, che sottolinea come anche le due sforbiciate previste per la fine del 2025 siano ora a rischio: “Se la corsa dei prezzi dovesse farsi ancor più serrata, nulla è scontato”.
Il nodo indipendenza resta centrale
Per Pictet, al di là di come possa evolvere il quadro macro, proprio le pressioni di Trump rappresentano però il vero nodo da sciogliere per cercare di capire in che direzione si muoverà la banca centrale nei prossimi mesi. “Ad oggi le parole del presidente USA non sembrano aver sortito effetto e quindi non ci si aspetta un taglio dei tassi nella riunione di fine mese”, fanno sapere dalla società di asset management, “ma non si può negare che all’interno del Fomc siano state espresse posizioni più accomodanti da parte di quei membri desiderosi di succedere a Powell”.
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Resta quindi da vedere se prevarrà questa linea o se invece continuerà a dominare l’approccio attendista adottato finora dall’istituto, come si domanda da Moneyfarm anche il chief investment officer Richard Flax. Nel frattempo, con un’inflazione headline al 2,7% dal 2,4% di maggio e a fronte di un Fomc che pare sempre più intenzionato a valutare attentamente i dati in uscita nel periodo estivo, la previsione della società è che un taglio dei tassi a settembre resti da considerarsi tra gli scenari possibili.
Valentin Bissat, senior economist di Mirabaud Am
Lo stesso tema è menzionato anche da Mirabaud AM, che parla addirittura di una “Fed sotto attacco”. Il rischio, secondo il capoeconomista della società Valentin Bissat, è che una deriva come quella paventata da Pictet comprometta la credibilità dell’istituto nel lungo termine. “La presidenza di Powell termina nel 2026 ma il suo attuale mandato come governatore è valido fino al 2028 e potrebbe indurlo a rimanere nel consiglio anche dopo aver lasciato il timone”, spiega l’esperto, che prosegue: “Ecco allora che la proposta di Trump di nominare il suo successore anzitempo promette di minare la strategia di comunicazione di tutto il Fomc e la sua indipendenza, erodendo la fiducia dei mercati nell’impegno a prendere decisioni basate sui dati”. Non è quindi un caso se la casa si aspetta ora due tagli dei tassi tra settembre e dicembre.
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