A un anno dal Liberation Day, uno studio di BPER rivela la vera faccia delle tariffe USA: scambi globali cresciuti, Borse resilienti, le storture del bilancio USA ancora insolute e il 90% dei costi pagati dagli stessi americani. Tra Cina nuovo polo e incertezze giuridiche sulle prossime mosse del tycoon, ecco le strategie dei gestori
A un anno dal Liberation Day con cui Donald Trump riaccese la guerra dei dazi e mandò a picco i listini di mezzo mondo, l’impatto delle restrizioni al commercio sui mercati finanziari e sull’economia globale appare molto più contenuto rispetto ai timori iniziali e alle stime dello stesso tycoon. È quanto emerge dal report dell’Ufficio Studi di BPER, che evidenzia come la fase di volatilità osservata tra aprile e maggio 2025 si sia rapidamente assorbita e abbia lasciato spazio a una nuova configurazione degli equilibri commerciali internazionali. Una dinamica che, rimarcando la nuova tendenza degli investitori a metabolizzare più velocemente gli shock, potrebbe gettare nuove luci anche sulle conseguenze degli ultimi sviluppi in Medio Oriente.
Secondo l’analisi, le tariffe effettivamente applicate si sono rivelate significativamente inferiori rispetto agli annunci iniziali e questo anche grazie a esenzioni mirate sia per singoli Paesi sia per settori: un elemento che ha contribuito a “contenere l’impatto sul ciclo economico”, si legge nel documento. Il commercio mondiale, misurato dagli analisti di BPER in volume complessivo, ha infatti dimostrato una capacità d’adattamento superiore alle attese e ha continuato a crescere nel corso dell’anno fino a segnare un incremento del 4%. A sostenere i volumi hanno contribuito l’applicazione effettiva di aliquote inferiori rispetto a quelle inizialmente annunciate e l’assenza di ritorsioni generalizzate su larga scala. Non solo. Le stime indicano un contributo all’inflazione statunitense pari a circa 0,5 punti percentuali sul PCE nel 2025, un effetto rilevante ma non sistemico, mentre circa il 90% dell’onere tariffario è stato assorbito da imprese e consumatori americani. Dove invece i risultati si sono visti è il fronte fiscale, con il sistema tariffario che ha generato un gettito di134 miliardi di dollari e confermando la rilevanza dello strumento anche come leva di bilancio. Nonostante ciò, l’obiettivo di sanare lo squilibrio della bilancia commerciale USA non è stato raggiunto: il deficit dello Stato è rimasto sostanzialmente stabile su un rosso di 901,4 miliardi, con esportazioni a +6,2% (3.400 miliardi) e importazioni a +4,8% (4.3miliardi).
Effetti limitati anche a livello globale
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il PIL reale globale è cresciuto del +3,2% nel 2025 e dovrebbe attestarsi intorno al +3,3% nel 2026 se non si materializzino ulteriori shock (le previsioni sono precedenti allo scoppio del conflitto in Iran). L’istituto ha sottolineato che il quadro resta volatile e l’inasprimento delle barriere doganali costituisce un fattore di rischio per gli scambi e gli investimenti internazionali. Per l’Europa e l’Italia, in particolare, le conseguenze dei dazi sono state differenziate. Nel 2025 l’economia del nostro Paese è cresciuta dello 0,7%, con un surplus commerciale record di 50,8 miliardi di euro (+5,1%): le esportazioni verso gli Stati Uniti, pari al 10,4% del totale, sono aumentate del 7,2%, ma con forti divergenze tra regioni leader come Lazio e Toscana (rispettivamente 54,2% e 19,9%) e altre dove invece si è registrato addirittura un calo (come il -6,5% dell’Emilia-Romagna). Una fotografia che nel complesso suggerisce come a risultare determinanti siano state soprattutto le filiere industriali, senza che però la domanda americane aggregata abbia subito particolari ridimensionamenti.
Bilancia commerciale Italia 2024-2025
Fonte: Elaborazione BPER su dati Istat
Un nuovo asse del commercio globale
Se l’impatto diretto delle misure protezionistiche si è rivelato limitato, più rilevanti appaiono invece le trasformazioni nella geografia degli scambi. Le importazioni statunitensi dalla Cina sono diminuite di oltre il 25%, ma sono state compensate da un aumento degli acquisti da Paesi terzi come Messico e Vietnam o Taiwan: un fenomeno di triangolazione che suggerisce come il disaccoppiamento tra le due potenze sia solo parziale. Parallelamente, Pechino ha rafforzato la propria presenza in mercati alternativi e registrato un surplus commerciale record di 1.200 miliardi di dollari (+20%) nel 2025. I dati raccolti evidenziano infatti l’emergere di un nuovo equilibrio, nel quale cui l’Asia assume un ruolo sempre più centrale nel trainare le esportazioni globali. Questo paradigma sta progressivamente sostituendo il modello precedente, si legge nel paper, che vedeva nelle economie europee alcuni dei principali motori dell’export. Il risultato è un eccesso di capacità produttiva a livello globale che ha prodotto effetti tendenzialmente disinflazionistici almeno fino alle recenti tensioni sul fronte energetico. Ma il baricentro si è spostato anche sul lato della domanda: le attuali importazioni mondiali risultano infatti sostenute soprattutto dagli stessi States e dall’Oriente.
Il nodo legale: l’incognita delle cause contro i dazi
Un elemento di crescente rilevanza prospettica, sottolineato nel report di BPER, riguarda il fronte giudiziario. Le misure protezionistiche introdotte dall’amministrazione Trump sono infatti oggetto di contestazioni legali sia a livello domestico che internazionale, con la Corte Suprema USA in particolare che ha dichiarato illegittime le tariffe universali e una pioggia di ricorsi destinata a incidere sulla loro tenuta nel tempo. Il risultato è stato sì un calo dell’aliquota tariffaria effettiva media dal 12,7% all’8,3%, a beneficio dei Paesi potenziali destinatari delle misure, ma anche un ulteriore aumento dell’incertezza circa le prossime mosse dell’amministrazione Trump: “Se nel 2025 la Casa Bianca poteva introdurre o minacciare dazi in modo immediato invocando l’emergenza”, si legge, “nel 2026 le misure risultano formalmente temporanee e soggette a vincoli procedurali più stringenti ma proprio questa riduzione della discrezionalità immediata aumenta le incognite legate alla possibile proliferazione di nuovi strumenti alternativi”.
Tariffe USA prima e dopo la sentenza della Corte Suprema
Fonte: Oxford Economics
La risposta dei mercati
Quanto ai mercati finanziari, Natixis IM Solutions Group parla di un impatto minimo. Il quantitative strategist Romain Aumond, in particolare, ha sottolineato come la forte volatilità nei mesi di aprile e maggio 2025 abbia poi lasciato spazio a una progressiva stabilizzazione. Un giudizio che trova conferma anche nella dinamica dei prezzi al consumo statunitensi, dove le pressioni inflazionistiche si sono rivelate marginali e il trasferimento dei costi lungo la filiera è avvenuto senza generare effetti macroeconomici significativi su scala globale. Il quadro delineato resta dunque complessivamente costruttivo. La casa di gestione francese mantiene infatti un orientamento positivo sull’azionario, dove la performance continua a essere guidata dalla crescita attesa degli utili più che dall’espansione delle valutazioni. Quello che diviene cruciale, però, è la selezione geografica. “Cerchiamo mercati trainati da una domanda robusta”, ha spiegato Aumond, indicando tre principali occasioni: gli Stati Uniti, i mercati asiatici avanzati e gli emergenti. Un posizionamento che riflette anche il peso crescente della tecnologia, settore in cui queste aree risultano fortemente esposte lungo tutta la catena del valore.
Al Salone del Risparmio 2026 il confronto tra industria e reti evidenzia il potenziale ancora inespresso dei mercati privati per la consulenza d’alta fascia. Ma, tra innovazione di prodotto e sfide distributive, per crescere serve lavorare su tre fronti: educazione, soluzioni multi-asset, integrazione con l’economia reale
L’analisi FIDA sui prodotti di categoria venduti in Italia mostra un universo eterogeneo per allocazione, rischio e driver di performance. Risultati medi positivi ma poco significativi ed elevata volatilità impongono di spostare il focus dal tema alla sua declinazione operativa. Ecco la classifica dei best performer
Con gli ELTIF semiliquidi che si fanno spazio sul mercato, gli alternativi diventano accessibili anche agli investitori retail. Ma insieme alle opportunità arrivano anche i rischi. Dai costi fino alle strutture complesse, ecco le criticità e perché resta fondamentale la selezione dei gestori
Uno studio di Morningstar mostra che l’elevata concentrazione amplifica la dispersione dei rendimenti e i drawdown, rendendo cruciale la selezione nei fondi più ‛audaci’. Ma sul lungo periodo sono le strategie a esposizione distribuita a offrire risultati stabili e sostenibili. Incluse quelle passive
Tra narrazione e realtà d’investimento, l’esposizione allo spazio nei prodotti retail resta indiretta e concentrata su difesa e tecnologia. Buona la redditività, ma a front di volatilità elevata e un’offerta ancora poco ‛pure play’. Le classifiche dei fondi e degli ETF best performer di FIDA
Secondo il report di Broadridge Solutions presentato all’Alfi Global Asset Management Conference, i gestori con patrimonio tra 100 e 1.000 miliardi soffrono calo dell’attivo e dipendenza dal passivo. Specializzazione, scala e nuovi modelli distributivi il mix vincente per battere il consolidamento
Con ritorni superiori ai govies sviluppati e volatilità gestibile, il segmento si conferma perno del reddito fisso. Ma l’eterogeneità impone un'attenta analisi di strategie, valute e gestori. Dai dati FIDA, i maggiori trend e l'elenco dei top perfomer
State Street: molti Paesi, tra cui il nostro, stanno convergendo verso modelli a contribuzione definita trasferibile e meccanismi di decumulo flessibili. Facendo emergere nuovi value pool per i provider di servizi finanziari
Nel nuovo regime di tassi più alti, i Treasury soffrono l’esposizione alla curva mentre corporate e high yield mostrano maggiore tenuta sul medio periodo. Decisiva la copertura valutaria per l’investitore europeo, che migliora in modo significativo il profilo rischio-rendimento. L’analisi e le classifiche di FIDA
Il cambio di regime riporta al centro tassi, duration e spread. Governativi lunghi ancora vulnerabili, mentre corporate ed emergenti offrono rendimento ma richiedono maggiore selettività e gestione del rischio. L’analisi e le classifiche di FIDA
Iscriviti per ricevere gratis il magazine FocusRisparmio