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La boutique, che compie cinque anni, ha superato pandemia, guerre e deglobalizzazione con un solido track record. Oggi si appresta a un’espansione verso l’estero, guardando sempre alla gestione attiva
Il grande tema della geopolitica ha sparigliato le carte. Non che fossero impreparati: “Eravamo già convinti che lo scenario d’investimento fosse destinato a cambiare. E così è stato. Ma non avevamo previsto che i motivi potessero essere quelli odierni”, confessa Giordano Lombardo, co-fondatore e ceo di Plenisfer Investments (gruppo Generali), ripercorrendo i cinque anni dalla nascita della società di gestione. “Quando abbiamo fondato Plenisfer il settore degli investimenti, e il mondo in generale, era profondamente diverso da quello di oggi”, ricorda il manager.

“Abbiamo avviato la gestione di Destination Value in piena pandemia per poi assistere al ritorno della guerra in Europa. Le economie occidentali hanno dovuto affrontare un’inflazione e politiche monetarie che non si vedevano da decenni. L’ordine globale è in forte evoluzione con la deglobalizzazione e la polarizzazione degli interessi, e oggi siamo nell’era dell’incertezza, sia sul fronte economico che politico”, aggiunge. Eppure, la boutique ha affrontato i suoi primi anni di vita con la stessa convinzione: prepararsi a una nuova era per i mercati. Un’era che adesso è diventata realtà. “Lo abbiamo fatto mettendo in discussione l’asset allocation tradizionale, con l’obiettivo di promuovere un diverso paradigma di gestione attiva, nella convinzione che solo tornando alle radici della professione si possa avere la libertà di scelta che esiste solo fuori dai panieri di titoli che un indice rappresenta”, afferma. In buona sostanza il vecchio concetto del prodotto bilanciato, gestito a benchmark, non funziona più. Ora più che mai, tra la crescita del passivo da una parte e degli asset private dall’altra, per l’esperto esiste una terza via che è basata sulla gestione attiva liquida “dove la parola attiva, però, va sottolineata più volte e in rosso”, specifica.
Cinque anni di gestione attiva
Con due miliardi di asset e tre prodotti, di cui uno flagship, la boutique ha costruito nel tempo accordi di distribuzione con importanti realtà bancarie e ha ottenuto anche dei mandati che replicano i loro strumenti. Adesso il passo successivo, racconta il co-fondatore, oltre a consolidare la presenza in Italia, è aprirsi all’estero. “Abbiamo già alcuni clienti istituzionali in Paesi come la Svizzera e la Germania, stiamo lavorando insieme al team distributivo di Generali anche su Spagna e Francia e abbiamo appena chiuso un accordo con un gruppo che ci aiuta ad esplorare il mercato scandinavo”, spiega Lombardo. Una strategia di crescita oltralpe partita lo scorso anno con l’arrivo di Fabrizio Pasta a capo dello sviluppo del business. Anche il team investimenti, frattanto, è cresciuto, abbracciando altri esperti, alcuni ex colleghi (Pioneer) e altri nuovi. Non è un caso se gli ultimi acquisti, come Carlo Gioja e Khalid Ataullah, siano esperti di emerging market. “Oggi la Cina è il primo esportatore al mondo di auto elettriche ed è leader in tanti settori di alta tecnologia, dai reattori nucleari agli impatti solari e ai semiconduttori”, spiega il ceo. “È una realtà economica che va studiata continuamente: siamo esposti non solo ai titoli più conosciuti, ma anche a settori di nicchia. In generale, credo che i più importanti cambiamenti a livello di crescita economica avverranno in Asia: tutta l’area del Sudest asiatico, in ottica di investimento, ci interessa molto”.
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Dove investire
Per Giordano Lombardo, non ci sono dubbi: stiamo entrando in uno scenario economico d’investimento in cui il cosiddetto “eccezionalismo americano” sta venendo meno. Il mercato azionario USA, il treasury e il dollaro non sono più i baluardi del mercato. Anzi: se negli ultimi decenni chi investiva in questi tre settori ha sempre sovraperformato, oggi “questo concetto è sempre meno vero” afferma. “Trump però non è la causa, come sentiamo spesso dire, bensì la conseguenza. Il problema americano nasce da tre fattori ben definiti: il venir meno dell’equilibrio globale basato sugli sbilanci di partite di pagamenti, le tensioni geopolitiche legate a una seconda guerra fredda e un grande peso del debito pubblico che per gli Stati Uniti è sempre più insostenibile”. Depennare gli USA da un portafoglio globale, però, significa eliminare con un colpo di spugna quasi il 70% della capitalizzazione complessiva. “Per un gestore tradizionale è quasi impossibile non essere investiti nell’equity americano. Noi, invece, nei portafogli, pur avendo alcuni titoli USA, siamo esposti al momento per un 15%”. I motivi sono soprattutto due: primo, per tutti i rischi legati alle mosse di politica interna di Trump (con possibili ripercussioni sui bilanci aziendali), poi per le valutazioni sempre più care. “Il mercato azionario americano è ai massimi storici di valutazione rispetto a tutto il resto del mondo. Ecco perché continuo a ripetere che la gestione attiva, lo stock picking è fondamentale: bisogna sapere andare a prendere le opportunità dove sono”.
Europa nel mirino
La contropartita si chiama Europa: il mercato azionario del Vecchio continente sta registrando buone performance da sei mesi a questa parte. “C’è una svolta economica importante, soprattutto dopo la storica decisione della Germania di allentare la presa sul rigore fiscale. Una quantità significativa di spesa in conto capitale sta per riversarsi nel tessuto produttivo del Vecchio Continente e potrebbe aprire la porta a iniziative simili ovunque. In particolare, i titoli del settore della difesa, delle infrastrutture e delle aziende industriali esposte ai progetti tedeschi saranno i principali beneficiari”. Insomma, l’Europa e l’Asia sono aree promettenti, insieme a qualche paese del Sud America come il Brasile o l’Argentina. Sul fronte obbligazionario, invece, in particolare sui titoli di Stato, il manager raccomanda uno sottopeso in termini di portafoglio mentre considera interessante un investimento in oro come “valuta rifugio” di fronte a un dollaro in crisi e a un’inflazione strutturale.
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Dalla geopolitica al risiko bancario
Nel cambio di paradigma tra geopolitica e macroeconomia non va sottovalutato il movimento di M&A bancario in corso in Europa. Una tendenza che, secondo il report pubblicato da Oliver Wyman, trova nell’Italia il suo cuore pulsante. Sul mercato nazionale ci sono sei deal per un controvalore di oltre 40 miliardi di euro. Con ricadute che andranno a impattare anche nel settore del risparmio gestito. “Senza entrare nel merito delle singole operazioni, credo che il settore bancario italiano, o meglio il settore bancario europeo, abbia la necessità di un consolidamento”, dice subito Lombardo. Per l’esperto, le operazioni in corso sono positive solo se “creano davvero valore per gli azionisti e mi sembra che non tutte siano necessariamente spinte da questa urgenza”. L’obiettivo principale è quindi servire meglio la clientela. “Credo che anche sul fronte del gestito sia necessario e utile creare operatori sempre più rilevanti a livello continentale, ma al tempo stesso sia importante continuare ad avere un’offerta alternativa come quella garantita dalle boutique” continua, sommando la sua visione futura sull’industria, divisa tra grandi operatori e piccole realtà ultra-specializzate. “Sarà sempre più un settore governato da transatlantici, estremamente potenti e robusti ma anche difficili da manovrare e barche a vela, più leggere, ma con la capacità di cambiare rotta quando i mercati lo richiedono”. E gli operatori intermedi? “Spariranno, lo stiamo già vedendo”, conclude.
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