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Sondaggio BofA: la stagione degli utili e la possibilità di tagli Fed a maggio riporta i gestori verso l’equity USA. Ma per la banca americana siamo a un soffio dalla “bull capitulation”. Il 62% vede i Treasury al 6%
Nonostante le tensioni internazionali e il petrolio oltre i 100 dollari, nell’ultimo mese i fund manager globali hanno incrementato la loro esposizione azionaria, portandola a livelli record. Lo rivela la consueta survey di Bank of America, secondo cui a spingere il sentiment rialzista sono stati l’entusiasmante stagione degli utili appena archiviata e la possibilità che la Federal Reserve torni a tagliare i tassi. Queste stesse ragioni hanno anche portato a una marcata rotazione dall’equity europeo a quello USA.
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Verso una bull capitulation?
Dall’indagine, condotta dall’8 al 14 maggio scorsi tra 170 professionisti che gestiscono complessivamente 461 miliardi di dollari di asset, emerge che 50% degli intervistati è al momento sovrappesato sulle azioni, rispetto al 13% di aprile, facendo segnare il maggiore balzo mensile mai registrato. Per gli strategist guidati da Michael Hartnett, si tratta del livello massimo da gennaio 2022, a un soffio dalla fatidica soglia che fa scattare il cosiddetto ‘BofA’s sell signal’. A conferma di questo ottimismo, il livello di liquidità nei portafogli dei gestori è sceso al 3,9%, dal 4,3% del mese precedente, sotto la soglia del 4% che attiva il segnale contrarian della banca. Per Hartnett, la “bull capitulation” del mercato azionario è quindi quasi completa e a inizio giugno con tutta probabilità i titoli saranno “maturi per le prese di profitto”, con i rendimenti obbligazionari destinati a “determinare l’entità del ritracciamento”.
Chip protagonisti
Per ora il rinnovato entusiasmo degli investitori azionari per l’intelligenza artificiale ha spinto i listini a livelli record. L’S&P 500 ha raggiunto il suo ultimo massimo qualche giorno fa, il 14 maggio, sostenuto da una stagione degli utili da incorniciare: le aziende incluse nell’indice hanno segnato la crescita maggiore degli ultimi vent’anni (escludendo le fasi di ripresa post crisi). Gran parte dei guadagni si è concentrata tra i produttori di chip, con l’indice Philadelphia Semiconductor che ha totalizzato un allungo di quasi il 50% da fine marzo. Non stupisce quindi che, con il 73% di fund manager che detiene posizioni long su titoli del settore, quello dei semiconduttori è stato il trade più affollato del mese.
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Ritorno agli USA
L’entusiasmo per l’equity mostra tuttavia significative differenze a seconda delle regioni. Per quanto riguarda l’Europa, il team di strategist di Bank of America guidato da Andreas Bruckner fa notare come l’ottimismo sulla crescita economica della regione sia crollato. Questo ha innescato un importante cambiamento nei portafogli: il 4% dichiara infatti di essere sottopesato sui titoli del Vecchio Continente, mentre prima della guerra iraniana il 35% era in sovrappeso. Gran parte di questi gestori si è spostata verso gli Stati Uniti, con il 20% degli intervistati americani che è ora sovrappeso sulle azioni statunitensi, rispetto al 22% pre conflitto. “Si tratta di una delle rotazioni più marcate dall’Europa verso gli USA mai registrate, secondo i dati disponibili dal 1999”, ha sottolineato Bruckner.
Treasury verso il 6%
Intanto, nelle ultime settimane i rendimenti obbligazionari globali sono aumentati vertiginosamente. A pesare è stata l’impennata dei prezzi dell’energia causata dalla guerra in Medio Oriente, che sta alimentando l’inflazione e accrescendo i timori di un aumento dei tassi di interesse. I rendimenti dei Treasury a trent’anni sono saliti intorno al 5,15%, non lontano dai massimi dal 2007, e la survey mostra un 62% di fund manager convito che supereranno il 6%. Solo il 20% scommette che caleranno al 4%.
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Inflazione in cima ai rischi
Quanto ai rischi, per i gestori è l’inflazione la vera minaccia. Il pericolo di una seconda ondata di rincari viene ora indicato dal 40% degli intervistati, dal 26% di aprile, e scalza dalla vetta il conflitto geopolitico, al secondo posto con il 20%. Nonostante questo, però, il 50% si aspetta ancora uno o più tagli dei tassi nei prossimi dodici mesi. Quanto all’economia, solo il 4% prevede un ‘hard landing’, cioè una contrazione improvvisa della crescita e della creazione di posti di lavoro, mentre il 39% scommette su un ‘no landing’. Infine, il 66% dei gestori è convinto che la crisi dello Stretto di Hormuz si risolverà nei prossimi mesi.
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