Secondo gli analisti, la tensione tra gli obiettivi di inflazione e disoccupazione impone prudenza. E per il prossimo taglio si rischia di dover aspettare il cambio di presidenza
Come atteso il terzo taglio consecutivo c’è stato, ma ora la Federal Reserve è tornata in modalità di attesa. E anche se sui mercati in tanti si aspettano ancora due sforbiciate nel corso del 2026, è difficile che queste arrivino prima dell’uscita del presidente Jerome Powell, prevista per maggio. È questa l’opinione più diffusa tra i gestori all’indomani dell’ultimo e burrascoso meeting FOMC del 2025, che oltre a ridurre i tassi d’interesse ha anche chiuso la porta ad una possibile sforbiciata in gennaio. Per gli analisti, infatti, la tensione attuale tra gli obiettivi di inflazione e disoccupazione impone all’istituto centrale di essere prudente.
Daniel Siluk, head of global short duration & liquidity di Janus Henderson
Daniel Siluk, portfolio manager and head of global short duration and liquidity di Janus Henderson Investors, fa notare come nella sua dichiarazione, la Fed abbia sottolineato che le mosse future dipenderanno dai dati, passando decisamente a un approccio meeting per meeting. “Il presidente Powell ha ribadito questa posizione nella sua conferenza stampa, sottolineando che il Comitato considera il taglio come un ‘aggiustamento prudente’ piuttosto che l’inizio di un nuovo ciclo”, precisa l’esperto, osservando come anche il Summary of Economic Projections abbia fatto eco a questo tono restrittivo. A suo parere, quest’ultima mossa sottolinea quindi la fiducia dell’istituto centrale nel fatto che l’inflazione si stia raffreddando senza compromettere la crescita, evidenziando al contempo un livello elevato per ulteriori tagli. “Con Powell che sottolinea la necessità di pazienza e un Comitato diviso, la Fed entra nel 2026 in una fase di attendismo, in attesa di un nuovo presidente”, sostiene Siluk.
Un delicato equilibrio
Allison Boxer, US economist di Pimco
Sulla stessa lunghezza d’onda Tiffany Wilding e Allison Boxer, economiste di PIMCO. “Le nostre previsioni sono sostanzialmente in linea con quelle dei funzionari Fed e con quanto al momento prezzato dal mercato: prevediamo che l’istituto centrale manterrà i tassi stabili in un intervallo compreso tra il 3,5% e il 3,75% per il resto del mandato di Powell, prima di riprendere i graduali tagli nel corso dell’anno sotto la nuova guida”, affermano. Secondo le due esperte, infatti, il FOMC al momento si trova ad affrontare un delicato equilibrio: frenare l’inflazione sostenendo al contempo il mercato del lavoro.
Paolo Zanghieri, senior economist di Generali Investments
Parla di attendismo anche Paolo Zanghieri, senior economist presso Generali Investments. “La nostra previsione di un ulteriore taglio dei tassi il prossimo anno è in linea con le aspettative della Fed, ma riteniamo che l’allentamento si fermerà lì. Ciò che potremmo riconsiderare è la tempistica, spostandola verso metà anno”, afferma. Per l’esperto, infatti, l’accelerazione dell’attività prevista per il primo trimestre potrebbe ridurre le preoccupazioni sul mercato del lavoro, consentendo a Powell e colleghi di prendersi più tempo per valutare la situazione.
Ray Sharma-Ong, responsabile multi-asset investment solutions Southeast Asia di Aberdeen Investments
Anche per Ray Sharma-Ong, deputy global head multi-asset solutions di Aberdeen Investments, la Fed si trova tra l’incudine e il martello, con un’inflazione che resta elevata nonostante l’indebolimento del mercato del lavoro. A suo parere, nel breve termine, assisteremo a un rialzo dei mercati, man mano che questi si adegueranno a diversi fattori. “Gli investitori temevano che potesse essere presa in considerazione un’ipotesi di rialzo dei tassi, ma il commento di Powell secondo cui tale mossa ‘non è lo scenario di base’ ha eliminato tale rischio, almeno per ora”, spiega. Aggiungendo che i mercati dovrebbero trarre conforto anche dalla decisione di affrontare la tensione sui mercati Repo e dei finanziamenti attraverso l’acquisto di titoli.
Divisioni positive
Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel
Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel, punta l’attenzione sul disaccordo record all’interno del board. “Comprendere l’ampiezza dei disaccordi e le motivazioni sottostanti (che si tratti di una diversa valutazione dell’inflazione o di una maggiore fiducia nel mercato del lavoro) potrà offrire indicazioni preziose sulla formazione del consenso”, avverte. Precisando come una pluralità di opinioni “potrebbe favorire decisioni di politica monetaria più equilibrate e, quantomeno, mantenere vivo il dibattito interno all’istituto centrale”.
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