A dicembre i prezzi sono saliti dello 0,3% su base mensile, mentre il dato core è sceso. Gli analisti scommettono su una pausa, ma salgono le probabilità di un taglio prima dell’addio di Powell. Occhi sullo scontro con Trump
Mentre infuria lo scontro tra Donald Trump e il presidente della Federal Reserve Jerome Powell, l’ipotesi che il prossimo 28 gennaio i tassi di interesse americani resteranno invariati si fa sempre più solida. A dicembre l’inflazione a stelle e strisce è lievemente aumentata su base mensile, in linea con le attese, mentre il dato annuale è rimasto stabile. Dopo le rilevazioni di novembre, falsate dallo shutdown, e soprattutto dopo quelle sul mercato del lavoro relativi al mese scorso, per gli analisti è quasi scontato che il FOMC resterà in pausa in questo inizio d’anno, ma si è riaccesa qualche speranza di un’azione in primavera.
Secondo il Bureau of Labor Statistics del Dipartimento del Lavoro USA, a dicembre i prezzi al consumo hanno centrato le previsioni degli economisti e sono aumentati dello 0,3% rispetto al mese prima. Su base annua il carovita è invece rimasto stabile al 2,7%, sempre in linea con le stime. L’indice core, quello al netto di energia e alimentari, ha segnato un +2,6% rispetto all’anno precedente e un +0,2% su base mensile, in entrambi i casi sotto il consensus. Mentre Trump ha esultato, incalzando ancora una volta l’istituto centrale, per i trader le probabilità che tra due settimanela Fed non tocchi i tassi sono salite ulteriormente: dal 95% al 97,2% secondo il CME FedWatch.
La linea della Fed non cambia
“La lieve sorpresa sul core, pur positiva, non modifica in modo significativo lo scenario di politica monetaria in vista del meeting del 28 gennaio”, afferma Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, precisando come le pressioni inflazionistiche rimangano complessivamente contenute e coerenti con un percorso di normalizzazione graduale, senza segnali di riaccelerazione. “La Fed manterrà il costo del denaro invariato, privilegiando un approccio attendista e data-dependent. Un eventuale cambiamento del posizionamento potrebbe emergere più avanti, verosimilmente nella riunione di giugno, anche alla luce della scadenza del mandato dell’attuale presidente”, aggiunge.
Dello stesso parere John Kerschner, global head of securitised products di Janus Henderson, secondo cui il mercato ora dovrebbe comprendere come un taglio a gennaio sia fuori discussione e aspettare altri dati economici prima di trarre conclusioni importanti. “Ad esempio, i dati sull’inflazione di gennaio sono spesso elevati a causa della svolta di fine anno nel calendario”, osserva.
Occhi sull’indipendenza della Fed
Alexandra Wilson-Elizondo, global co-cio of Multi-Asset Solutions di Goldman Sachs Asset Management
Secondo Alexandra Wilson-Elizondo, Global co-cio of Multi-Asset Solutions di Goldman Sachs Asset Management, i dati di dicembre confermano uno scenario ‘goldilocks’, ma è probabile che i numeri sul carovita siano destinati a non rappresentare più un trigger primario del mercato, sempre più concentrato sui rischi per l’indipendenza della Fed. “Continuiamo a preferire un approccio long sul rischio, evitando il flusso incessante di notizie e posizionandoci invece su temi duraturi e negoziabili”, chiarisce.
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Per Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, con il tasso annuo di inflazione invariato rispetto a novembreriemerge l’ipotesi di un possibile nuovo allentamento della politica monetaria già in occasione della prossima riunione. Tuttavia, precisa l’esperto, “il livello dei prezzi continua a collocarsi significativamente al di sopra dell’obiettivo del 2%, in un contesto caratterizzato da crescenti tensioni tra l’amministrazione USA e la banca centrale, un elemento che contribuisce ad accrescere l’incertezza e la complessità del quadro di politica monetaria”.
La lieve ripresa dell’inflazione segue le notizie della scorsa settimana sul mercato del lavoro: a dicembre il tasso di disoccupazione è sceso, nonostante la modesta crescita dell’occupazione. Tutto ciò accresce appunto le possibilità che il costo del denaro USA rimanga nell’intervallo del 3,50%-3,75%, in barba ai desiderata della Casa Bianca. Inoltre, proprio l’acuirsi delle tensioni tra Trump e Powell ha convinto gran parte degli economisti che un taglio dei tassi prima della fine del mandato del presidente Fed, a maggio, sia improbabile. L’inflazione core leggermente inferiore alle attese ha però portato alcuni analisti a ritenere che il dibattito su un allentamento monetario possa aprirsi anche prima, tanto che le probabilità di una sforbiciata in aprile sono salite al 42% dal 38% precedente.
Scontro Trump-Powell: scendono in campo le banche centrali
L’amministrazione USA ha avviato un’indagine penale su Powell, che il presidente della Fed ha bollato come un ‘pretesto’ per influenzare la politica monetaria. Opinione condivisa dai vertici delle altre principali banche centrali, che hanno firmato un messaggio collettivo di solidarietà nei confronti del collega americano, ricordando come l’indipendenza degli istituti centrali sia “un pilastro fondamentale della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica, nell’interesse dei cittadini”. Il comunicato congiunto è firmato da presidenti e governatori della BCE, della Bank of England, degli istituti canadese, svizzero, norvegese, australiano e di molti altri, nonché dai vertici della Banca dei regolamenti internazionali.
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