Ad aprile creati più posti di lavoro del previsto e disoccupazione stabile al 4,3%. Rallentano i salari. Per gli analisti, calano sia i rischi di una frenata dell’economia che di un’impennata dei prezzi. Ma le fragilità restano tante
La Fedral Reserve potrà permettersi di essere un po’ più dovish. Ad aprile, infatti, negli Stati Uniti l’occupazione è aumentata più del previsto e il tasso di disoccupazione è rimasto ancorato al 4,3%, a dimostrazione della resilienza del mercato del lavoro, mentre la crescita dei salari è rallentata. Calano quindi sia i rischi di una frenata dell’economia che di un’impennata dei prezzi e si intravede un più ampio margine di manovra per il nuovo presidente dell’istituto centrale, Kevin Warsh, il banchiere scelto da Donald Trump perché faccia quello che Jerome Powell non ha voluto fare: tagliare i tassi.
Nel dettaglio, secondo il Bureau of Labor Statistics, il mese scorso sono stati guadagnati 115mila posti di lavoro, ben oltre le attese che convergevano su 55mila. Il tasso di disoccupazione è rimasto stabile e in linea con le previsioni degli analisti, mentre le revisioni dei mesi precedenti sono state leggermente negative: nel complesso a febbraio e marzo sono state create 16mila buste paga in meno rispetto alle stime precedenti. Anche il tasso di partecipazione alla forza lavoro è sceso lievemente al 61,8%, dal 61,9% di marzo, mentre il rapporto occupati/popolazione si è attestato al 59,1%. La retribuzione oraria media nel settore privato è aumentata di 6 centesimi, pari allo 0,2% rispetto a trenta giorni prima, contro le stime di un incremento dello 0,3%. Su base annua, la crescita salariale si è attestata al 3,6%, sotto il 3,8% previsto.
Segnale disinflazionistico per la Fed
Filippo Diodovich, senior market strategist di ING Italia
Secondo Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, proprio le retribuzioni offrono alla Fed un segnale disinflazionistico. “Nonostante payroll superiori alle attese, la crescita più contenuta dei salari ha alimentato l’idea che le pressioni sui prezzi dal mercato del lavoro siano meno intense del previsto”, spiega. In sostanza, il report è positivo sul fronte occupazionale e più rassicurante su quello del carovita. Per l’istituto centrale, secondo l’esperto, il dato non segnala un deterioramento immediato del mercato del lavoro, ma offre comunque un argomento a favore di una politica monetaria meno restrittiva nei prossimi mesi.
“La reazione del mercato valutario è stata coerente con questa lettura: il dollaro ha perso terreno contro le principali valute, perché gli investitori hanno dato più peso alla bassa crescita salariale che al dato positivo sui nuovi occupati”, osserva Diodovich. Insomma, il ragionamento è: se le retribuzioni rallentano più del previsto, le pressioni inflazionistiche potrebbero restare sotto controllo e la Fed avrebbe più spazio per tagliare i tassi nel corso dell’anno. “Il report di aprile, quindi, non è debole in senso assoluto. Anzi, i nuovi posti di lavoro sono risultati ben superiori alle attese. Ma la combinazione tra disoccupazione stabile, partecipazione in lieve calo, aumento del part-time involontario e soprattutto salari inferiori al consensus restituisce un quadro più sfumato: il mercato del lavoro tiene, ma non mostra segnali di surriscaldamento”, precisa.
Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel
Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel, fa invece notare alcune criticità che emergono dai dati. Considerando infatti che il ritmo di crescita ‘di pareggio’ dell’occupazione (quello necessario a mantenere stabile il tasso di disoccupazione) si colloca ormai vicino allo zero, i dati mensili potrebbero oscillare facilmente tra valori positivi e negativi. “Per questo, letture particolarmente volatili del mercato del lavoro non sembrano destinate, da sole, a modificare l’orientamento della politica monetaria”, avverte. Inoltre, secondo l’esperto, restano diverse fragilità nella composizione della crescita occupazionale. Quanto ai salari, Cleveland rimarca che l’andamento delle retribuzioni nominali continua a incidere pesantemente sul reddito aggregato delle famiglie. “In un contesto di crescita occupazionale più moderata, il sostegno ai consumi dipenderà sempre più dall’andamento dei salari reali”, osserva. Ne deriva, sottolinea, che il forte rallentamento della crescita della retribuzione oraria media reale registrato a marzo rappresenta un elemento di attenzione: “Se dovesse protrarsi, rischierebbe infatti di frenare ulteriormente la spesa dei consumatori e di accentuare i rischi al ribasso per la crescita economica”.
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