Gli asset manager escludono un intervento a giugno. E sono convinti che Powell agirà solo in presenza di un deterioramento dei dati concreti. Ecco come investire
L’atteggiamento prudente della Federal Reserve continuerà e il primo taglio dei tassi potrebbe slittare a dopo luglio. È questa la convinzione più diffusa tra i gestori all’indomani dell’ultima riunione tenuta dalla banca centrale americana. Jerome Powell e colleghi, infatti, non solo hanno lasciato invariato il costo del denaro ma hanno anche messo in guardia sul fatto che i dazi del presidente USA Donald Trump possano portare a un’inflazione più alta e a un mercato del lavoro più debole. Una prospettiva che, inevitabilmente, frenerebbe la crescita.
Ashish Shah, cio of public investing di Goldman Sachs Asset Management
Tra chi nutre questa convinzione c’è Ashish Shah, cio of public investing di Goldman Sachs Asset Management. “Per il momento la Fed rimane in una fase di attendista e aspetta che l’incertezza si dissipi”, commenta. L’esperto ricorda inoltre che gli ultimi dati sull’occupazione, migliori del previsto, sostengono l’atteggiamento wait and see e sottolinea come spetti ora al mercato del lavoro indebolirsi a sufficienza per consentire una ripresa del ciclo di allentamento. Tuttavia, è il suo avvertimento, “qualsiasi indebolimento dell’occupazione potrebbe richiedere diversi mesi per emergere chiaramente ed è quindi più probabile che la l’istituto centrale mantenga i tassi invariati anche nel meeting del prossimo mese”.
Christian Scherrmann, US economist di DWS
Secondo Christian Scherrmann, chief U.S. economist di DWS, la banca centrale è tornata sotto i riflettori per il rischio di ripetere l’errore commesso durante la pandemia: attendere troppo a lungo prima di adeguare la politica monetaria. “Al momento riteniamo improbabile il verificarsi di uno shock di offerta simile a quello pandemico”, afferma, “per non parlare dell’eccesso di domanda generato dalla politica fiscale”. A suo avviso, la Fed manterrà quindi una pausa di tipo hawkish fino al verificarsi di due condizioni: che le tariffe non inneschino un effetto di secondo impatto oltre allo spostamento una tantum del livello dei prezzi, che domanda e mercato del lavoro si raffreddino a sufficienza da alimentare aspettative disinflazionistiche.
Ray Sharma-Ong, responsabile multi-asset investment solutions Southeast Asia di Aberdeen Investments
Ray Sharma-Ong, responsabile multi-asset investment solutions Southeast Asia di Aberdeen Investments, fa notare un altro aspetto: i dot plot di marzo 2025 non rappresentano più un punto di riferimento per i mercati e lo stesso probabilmente sarà per quelli di giugno, dal momento che arriveranno prima della fine della sospensione di 90 giorni imposta da Trump sui dazi prevista per l’8 luglio. “Questo rende più difficile per la Fed agire in via preventiva per sostenere la crescita economica”, spiega, “poiché il rischio di un’inflazione elevata legato all’effetto dei dazi resta significativo”. Poi aggiunge che, poiché il Fomc appare disposto a intervenire solo in presenza di un deterioramento dei dati concreti, un eventuale taglio sarà verosimilmente rinviato solo a dopo luglio. “Occorreranno infatti alcuni mesi prima che l’impatto delle tariffe sull’economia reale si manifesti nei numeri ufficiali”, chiarisce.
Paolo Zanghieri, senior economist di Generali Investments
Dello stesso parere anche Paolo Zanghieri, senior economist di Generali Investments, secondo i dati disponibili legittimano a Powell ad adottare un atteggiamento attendista. L’esperto conferma quindi la sua previsione di tre taglinella seconda metà dell’anno, precisamente tra luglio e dicembre, con un ulteriore riduzione a inizio 2026 per portare i tassi nella fascia neutrale del 3,25%-3,5%. “A seconda della rapidità e dell’entità dell’impatto che l’aumento delle tariffe avrà sull’occupazione e sull’inflazione”, precisa però, “i rischi sono orientati verso un inizio posticipato del ciclo di allentamento”.
Daniel Siluk, head of global short duration & liquidity di Janus Henderson
Daniel Siluk, head of global short duration & liquidity di Janus Henderson, si sofferma invece sugli investitori. E fa notare come, subito dopo l’annuncio, i mercati finanziari abbiano reagito con un calo delle azioni e un aumento dei prezzi delle obbligazioni. “Questo indica che l’attenzione è più orientata verso le preoccupazioni relative all’occupazione (e alla crescita) nell’ambito del doppio mandato della Fed, piuttosto che all’inflazione”, osserva. Per Sharma-Ong, con una Fed destinata a restare in stand-by, sono da preferire le aree al di fuori degli Stati Uniti, come Europa e Cina, che possono contare su solidi stimoli fiscali e monetari. “Stiamo inoltre monitorando con attenzione le regioni impegnate in trattative avanzate con gli Stati Uniti in materia di commercio e in fase di definizione di un Memorandum of Understanding, come India, Giappone e Corea”, aggiunge. Per quanto riguarda i tassi, l’esperto di Aberdeen Investments privilegiale regioni con un forte sostegno monetario, come India e Cina, i cui mercati mostrano una minore correlazione con le pressioni sui rendimenti dei Treasury. “Sul fronte del credito, il recente rialzo dei rendimenti nei mercati sviluppati offre interessanti opportunità per allocare capitale su emittenti con fondamentali solidi e una bassa sensibilità al contesto macroeconomico”, conclude.
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