Secondo gli analisti, il Fomc non toccherà i tassi. Prossimo taglio a marzo, dazi (e DeepSeek) permettendo
Dal primo appuntamento Fed dell’era Trump 2.0 non sono attese sorprese. I mercati scommettono che la banca centrale statunitense si prenderà una pausa nel ciclo di normalizzazione monetaria, forte di un’economia a stelle e strisce in ottima salute, di un mercato del lavoro solido e di un’inflazione ancora ben oltre l’obiettivo del 2%. Ma soprattutto in attesa che il neo presidente degli Stati Unitichiarisca le sue intenzioni in fatto di dazi e altre politiche potenzialmente inflazionistiche. Gli investitori saranno quindi concentrati in particolare sul discorso del numero uno Jerome Powell, nella speranza di cogliere qualche indizio sulla traiettoria 2025 della politica monetaria a stelle e strisce, pur essendo consapevoli che non ce ne saranno.
Gli analisti vedono il 99% di possibilità che i tassi restino invariati al termine di questa due giorni del Fomc, e attualmente l’ipotesi più probabile è quella di un solo taglio di 25 punti base nella prima metà di quest’anno, a marzo probabilmente (25%). I più ottimisti ne vedono un altro a maggio o giugno, ma la stima maggioritaria è di un totale di due sforbiciate nel corso dell’intero 2025.
Fed cauta in attesa di Trump
Secondo Paolo Zanghieri, senior economist, Generali Investments, la dichiarazione e la conferenza stampa post-riunione saranno un po’ più accomodanti rispetto alle aspettative, dato che gli ultimi dati del CPI hanno mostrato notizie migliori sui prezzi. “Alcuni funzionari della Fed hanno già considerato i dazi nelle loro previsioni, ma non è chiaro se gli ordini esecutivi o i commenti del presidente Trump cambieranno le loro ipotesi sul tempismo o l’entità dei dazi e l’equilibrio dei rischi”, osserva. Aggiungendo di non aspettarsi nessuna variazione del ritmo del restringimento quantitativo.
Anche Christian Scherrmann, DWS chief U.S. economist, sottolinea che i dati attuali potrebbero suggerire un atteggiamento meno restrittivo rispetto a dicembre. “I numeri recenti dell’inflazione lasciano aperta la possibilità di ulteriori, seppur limitati, tagli dei tassi, e i mercati del lavoro, nonostante l’elevato numero di assunzioni, attualmente non rappresentano una fonte di pressione inflazionistica”, fa notare. Tuttavia, l’incertezza sulla politica monetaria persiste. “Sebbene i banchieri centrali abbiano ora qualche indicazione dalla nuova amministrazione, non è ancora chiaro come saranno utilizzati i dazi, per non parlare di come sarà strutturata la politica fiscale”, precisa. Insomma, visti gli input ancora incompleti provenienti dalla Casa Bianca, l’esperto conferma l’aspettativa di una Fed che probabilmente taglierà ulteriormente i tassi a marzo e forse a giugno, prima di adottare un atteggiamento di attesa alla luce di un’inflazione ancora resiliente. “Inutile dire che, al momento, i rischi sono orientati al rialzo”, avverte.
Michael Krautzberger, global cio fixed income di Allianz Global Investors, concorda che il Fomc manterrà un atteggiamento cauto in questi primi mesi dell’anno. E fa notare come i mercati si siano già mossi per riflettere una prospettiva meno accomodante, con appena un taglio previsto nella prima metà del 2025. Tuttavia, precisa, “se si registrasse un ulteriore aumento dei tassi reali negli Stati Uniti e del premio a termine dei bond, ciò potrebbe inasprire sufficientemente le condizioni finanziarie e moderare alcune delle più ottimistiche aspettative di crescita per l’economia statunitense quest’anno, riportando la Fed in gioco”.
Erik Weisman, chief economist e portfolio manager di MFS IM
Dati a parte, Erik Weisman, chief economist di MFS Investment Management, evidenzia come i mercati siano al momento interessati più che altro a sapere che cosa pensa Powell di quanto annunciato finora da Trump. “La politica tariffaria nella prima settimana è stata meno invasiva del previsto, anche se l’ampiezza e la portata delle azioni future rimangono molto incerte. Al contrario, le prime mosse in materia di immigrazione e rimpatri sono state molto più incisive e d’impatto”, analizza l’esperto. A sua parere, ciò suggerisce che il tasso di partecipazione alla forza lavoro potrebbe essere influenzato negativamente quasi da subito, con potenziali conseguenze per i tassi di inflazione dei salari e dei consumi. “Tuttavia, in assenza di dati ufficiali che convalidino questa possibilità, Powell probabilmente aspetterà e vedrà”, precisa.
Incognita DeepSeek
Come se non bastasse, al quadro già incerto si è aggiunto nelle ultime ore il caos scatenato sui mercati dal successo dell’AI targata DeepSeek, che ha mandato nel panico il settore tecnologico americano, affossando il Nasdaq. Secondo gli analisti, infatti, se la rivoluzione scatenata dalla startup cinese dovesse portare a un crollo del mercato azionario a stelle e strisce, le ripercussioni su consumi, crescita economica e mercato del lavoro sarebbero considerevoli. E spingerebbero per una riduzione del costo del denaro. Per ora è solo un’ipotesi, ma Powell e colleghi sanno di dover tenere conto anche di questo.
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