Secondo l’osservatorio del Politecnico di Milano, il volume d’affari tocca quota 150 milioni di euro nel 2023. Aumentano anche gli occupati (+8% anno su anno), mentre sono stabili i player coinvolti. Ma ora serve un cambio di passo per aumentare le competenze dell’ecosistema: “Ecco come”
Un settore in espansione al quale, però, serve cambiare passo per svoltare davvero. È questa la fotografia dei family office italiani scattata dalla School of Management del Politecnico di Milano, che il 23 settembre ha presentato l’edizione 2024 del suo consueto osservatorio sulla categoria. Secondo la ricerca, il giro d’affari dell’industria si sta infatti riprendendo dagli shock degli ultimi due anni e il numero di operatori appare sostanzialmente stabile oltre quota 200. Ma dagli addetti ai lavori scatta l’appello: “Servono maggiori competenze per superare la sfida dell’innovazione e allargare il mercato”.
Nell’ambito dei 222 gli operatori attivi sul territorio italiano che sono stati censiti a dicembre 2023, appena tre in meno rispetto alla rilevazione precedente, la struttura più ricorrente è quella dei single family: 113 il loro numero contro i 107 di 12 mesi prima. Per il resto, 91 multi-family office professionali (tre in meno della precedente rilevazione) si sommano a 18 organizzazioni di origine bancaria che offrono analoghi servizi strutturati rivolti a più famiglie (cifra invariata). Ma la vera espansione del settore si può osservare sul fronte degli sbocchi occupazionali: dal 2017 al 2022 sono infatti saliti a oltre 500 i professionisti correntemente impiegati, di cui il 40% concentrato nei cinque multi-family office più grandi, con un tasso di crescita annuo di circa l’8%. Quanto al giro d’affari, nel 2022 è stato pari a 150,4 milioni di euro: si tratta di un dato in calo rispetto al 2021, caratterizzato dall’exploit di 169,8 milioni, ma comunque superiore ai 128 milioni dei due anni precedenti. Considerando il periodo 2017-2022, il fatturato complessivo mostra così un tasso di crescita composto annuale dell’8,12% ed eguaglia per ritmo quello dei professionisti.
I family office ai raggi X
Family office italiani per anno di creazione. Fonte: School of Management Polimi.
Single family office: da alternativi a complementari
Josip Kotlar, associate professor of Strategy and Family Business alla School of Management del Polimi
Sul fronte dei single family office, quella scattata dall’osservatorio Polimi è una fotografia a 360 gradi. Gli amministratori delegati hanno in genere tra i 40 e i 59 anni se manager indipendenti (solo uno su quattro) mentre registrano un’età molto più distribuita – con maggiore peso sulla fascia 20-39 o sugli over 80 – quando membri della famiglia proprietaria. Quanto al background professionale, il profilo più rappresentato è quello della gestione d’impresa mentre private equity e finanza si collocano sui gradini più bassi del podio. Solo 69 delle strutture censite hanno poi un consiglio di amministrazione o un organo equivalente: in 36 di essi i consiglieri coprono due generazioni, in 20 addirittura tre; 45 aggregano sia membri della famiglia che persone esterne, 21 invece sono a conduzione completamente familiare.
L’età di chi è al timone
Distribuzione per età dei ceo di singole family office italiani (dati disponibili per 104 ad). Fonte: School of Management Polimi.
Oltre alla disparità di genere, con un ceo donna ogni dieci, l’altro aspetto che rileva è la relazione con gli altri player di settore. Josip Kotlar, associate professor of Strategy and Family Business School of Management Polimi, ha infatti sottolineato che questi soggetti “non sono antitetici rispetto ai family business”. Si tratta piuttosto di entità differenti, per le quali cambiano logiche operative e fattori critici di successo, ma complementari: tanto è vero che il 54% dei single family office appartiene a famiglie ancora in possesso di un family business mentre soltanto il 29% è stato creato da nuclei reduci dalla cessione della propria impresa.
Dei 91 multi-family office attivi in Italia, ben 55 sono basati in Lombardia mentre gli altri si distribuiscono con quote assai più basse tra Veneto (11), Emilia-Romagna (7) e Lazio (6). A caratterizzarli, anche rispetto ai competitor internazionali, la propensione a servire famiglie con dotazioni patrimoniali considerevoli ma non estremamente elevate: fino a 250 milioni di euro in nove casi su dieci. Considerando il periodo 2017-2022, il fatturato complessivo del settore mostra un Cagr dell’8,12% mentre la media dei dipendenti è in costante aumento: a guidare le assunzioni, concentrate soprattutto su profili senior, la necessità di erogare servizi complessi e mantenere elevati standard.
Serve un salto di qualità
Secondo Kotlar, la crescita e l’affermarsi del fenomeno impongono un salto di qualità sia all’interno di questi organismi sia nell’ecosistema che fornisce consulenti di supporto. “I family office devono dotarsi di figure professionali diversificate e specializzate”, ha spiegato l’esperto, “mentre l’ambiente circostante è chiamato a costruire quel network adeguatamente preparato che al momento in Italia manca”. Ed è proprio il supporto alla professionalizzazione degli operatori uno degli obiettivi che si prefigge l’osservatorio. “Il nostro studio”, ha dichiarato il co-direttore scientifico AlfredoDeMassis, “vuole fornire spunti su come delineare profili specifici di modo che non ci siano figure ‘prestate’ alla gestione del patrimonio familiare”. In altre parole, un tema cruciale per il futuro di questo mestiere è la distinzione tra family office e family business. Ed elemento a supporto di tale distinzione, richiamato sempre da De Massis, è il modello della professional service firm. “Un errore segnalato di frequente da famiglie e professionisti è applicare le stesse logiche di gestione per l’uno e l’altro profilo”, ha sottolineato l’esperto, facendo riferimento all’intervento in cui Elena Zambon aveva rimarcato come la grande differenza tra impresa e family office sia “la velocità di reazione quasi immediata rispetto alle decisioni che quest’ultimo prende”. Altro obiettivo è quello di fare crescere tutto il mercato, favorendo la nascita di una rete di figure esterne che forniscano servizi in partnership e outsourcing alle realtà con ancora poca expertise. “Anche la capacità di attrarre e trattenere professionisti di alto livello è cruciale per il successo a lungo termine”, ha concluso De Massis, “perché la globalizzazione ha intensificato la guerra per il talento”.
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