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Secondo Gebhart (J.P. Morgan AM) e altri esperti intervenuti in Lussemburgo, la crescita del passivo è un trend strutturale. Ecco perché, la vera sfida per i gestori, sarà essere sempre più ‛ETF-able’. Ma, oltre ai prodotti gestiti, occhio anche ad altri trend: robot-advisor e neobanche in testa
L’industria europea degli exchange traded funds accelera su più fronti: prodotti attivi in forte espansione, nuovi modelli distributivi guidati dal digitale e crescente complessità operativa. Eppure, restano ancora diversi i nodi da sciogliere per colmare il divario che la separa da quella di altre aree geografiche: Stati Uniti in testa. È questa la sintesi di uno dei panel dell’Alfi Global Asset Management Conference, l’evento sul risparmio gestito del Vecchio Continente tenuto questa settimana dall’associazione dei fondi lussemburghese nel Gran Ducato, dove sfide e opportunità delle gestione passiva sono state analizzate da una punta di diamante del settore: Arnaud Gebhart, head of International ETF Platform di J.P. Morgan AM Europe.
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Il contesto di un mercato in forte espansione
Il dibattito ha preso le mosse dagli ultimi dati disponibili sugli ETF, che restituiscono l’immagine di un settore in forte crescita anche grazie alla partecipazione sempre più decisa dei risparmiatori retail e di quelli dalla giovane età. Come spiegato nell’introduzione ai lavori, gli exchange traded funds globali lo scorso anno hanno infatti registrato afflussi netti per oltre 2.400 miliardi di dollari mentre i lanci di nuovi prodotti della categoria si sono attestati a quota 2.700. Quanto agli asset in gestione, la fotografia più recente arriva dalla società di ricerca ETFGI e parla un patrimonio globale intorno ai 21mila miliardi di dollari. Una cornice nella quale l’Europa può giocare un ruolo centrale insieme proprio al Lussemburgo, domicilio di fondi che gestiscono masse per oltre 8mila miliardi e hub di riferimento per soluzioni a replica attive ma anche ibride.
Attivi in crescita: da nicchia a motore dei flussi
Il primo elemento di discontinuità messo in luce nell’ambito del panel riguarda l’evoluzione del prodotto. Come ha spiegato Gebhart, “oggi circa il 90% degli asset è ancora nei passivi ma il fatto che gli ETF attivi rappresentino già il 25% dei flussi segnala cambiamenti strutturali nella domanda all’orizzonte”. Secondo il manager di J.P. Morgan AM, si tratta peraltro di una crescita destinata a proseguire nei prossimi anni: “Gli exchange traded funds gestiti potrebbero passare dal 10% a oltre il 20% del mercato entro il 2030 in termini di masse, grazie all’unione di trasparenza e liquidità con la capacità di protezione nei mercati volatili tipica dei prodotti tradizionali”. E confermarlo c’è, tra le altre cose citate dall’esperto, il dato sui lanci: “Negli Stati Uniti oltre l’80% dei nuovi prodotti della categoria ha queste caratteristiche”, mentre in Europa il fenomeno è ancora agli inizi ma in rapida espansione.
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‛ETF-able’: il vero banco di prova per gli asset manager
Per gli operatori tradizionali, il punto non è quindi solo entrare nel mercato ma capire se una strategia può funzionare in formato ETF. Un punto su cui Gebhart si è confrontato con Andrew Craswell, responsabile della divisione Client Relationship Management per la società di custodia titoli e amministrazione fondi Brown Brothers Harriman Investor Services Limited. L’esperto, in particolare, ha sintetizzato il concetto con una definizione operativa: “La domanda chiave è se una strategia sia ‘ETF-able’, cioè se possegga quelle caratteristiche di trasparenza e attrattività che vengono ricercate dagli investitori”. Dal punto di vista infrastrutturale, la trasformazione non è totale ma significativa: “Circa l’80% di una piattaforma ETF è identico a quella dei fondi tradizionali ma quel 20% restante che comprende capital markets, gestione dei dati o tempo operativi è decisivo”. In questo contesto, secondo Craswell, il ruolo dei market maker diventa centrale: “Sono il vero motore della distribuzione, perché garantiscono liquidità in entrata e in uscita”.
Distribuzione: piattaforme e retail cambiano le regole
Il cambiamento più profondo messo in luce durante l’evento di Alfi in Lussemburgo riguarda però la distribuzione. Sergio Venti, partner di Deloitte coinvolto nella tavola rotonda, ha infatti evidenziato una correlazione chiara: “Gli asset manager con una gamma ampia di ETF sono anche quelli che attraggono più flussi”, suggerendo una possibile dinamica alla ‛winner-take-all’. Ma la vera discontinuità è l’emergere di nuovi canali: “La crescita passerà soprattutto dal retail digitale, cioè piattaforme online e robo-advisor o neobanche che stanno ridefinendo l’accesso agli investimenti”. Questo passaggio, secondo il consulente, implica anche un cambio di paradigma a livello operativo per i player di settore: “Non basta più costruire il prodotto ma bisogna capire come funzionano questi portali, fornire dati, contenuti e integrarsi nei loro modelli di raccomandazione”. Una trasformazione che, come ha sottolineato Gebhart, richiede tempo: “L’educazione del mercato e lo sviluppo dei canali di vendita sono un gioco di lungo periodo, non inferiore a cinque anni”.
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Tecnologia e dati: la nuova infrastruttura critica
L’evoluzione degli ETF si lega dunque a doppio filo con l’innovazione come fattore abilitante. Craswell e Gebhart hanno infatti sottolineato sul fatto che “il mercato richiede livelli di resilienza operativa sempre più elevati, con processi in tempo quasi reale e forte automazione”. Un’esigenza che impone tre le priorità individuate sul fronte tecnologico: gestione della trasparenza, capacità di pubblicare dati rapidamente e integrazione digitale con i market maker tramite API. Dal lato degli emittenti, il manager di J.P Morgan ha però ribadito che “qualsiasi processo manuale è un punto di frizione” e che servono investimenti in automazione e monitoraggio anche tramite strumenti avanzati. Cruciale anche la qualità dei dati e per un motivo semplice: “Se il cliente non trova le informazioni, non investe e passa immediatamente a un concorrente”.
Lussemburgo: vantaggi operativi e sfida dell’innovazione
Sul piano geografico, il Lussemburgo si conferma un hub competitivo nella view di tutti e tra i panelist grazie a una serie di interventi regolamentari particolarmente apprezzati. Venti ha evidenziato in particolare la rapidità del processo di approvazione, “che consente di lanciare una share class ETF in pochi giorni” e la rimozione di barriere come la subscription tax. Tra i fattori distintivi citati, anche la flessibilità sulla trasparenza e l’apertura a soluzioni innovative. Tuttavia, secondo Gebhart, il vero vantaggio competitivo passa dalla capacità di innovare: “Non è perché si inserisce una strategia debole in un ETF che questa diventa migliore, serve una base di investimento solida”. Un ambito ancora sotto-sfruttato, secondo i tre, è infine quello della replica sintetica perchè “consente di superare i limiti fiscali legati al domicilio dei fondi”.
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