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Negli ultimi cinque anni i prodotti passivi dedicati ai combustibili fossili hanno sovraperformato nettamente quelli legati alle fonti alternative. Ma i flussi di capitale e la spinta normativa potrebbero ridisegnare lo scenario nel medio periodo. L’analisi di Fida e i prodotti migliori
La transizione energetica è diventata una delle principali sfide economiche globali e anche il mondo degli ETF riflette questa trasformazione. Negli ultimi anni, il listino di Borsa Italiana e gli altri mercati hanno infatti visto un’espansione significativa dell’offerta di prodotti focalizzati sia sulle fonti tradizionali sia su quelle rinnovabili. Ma tra accelerate e dietrofront sul fronte della finanza sostenibile, dovuti all’evoluzione dello scenario internazionale ma spesso anche alle ingerenze della politica, capire quale sia il futuro dell’una e dell’altra famiglia resta ancora un’impresa tutt’altro che semplice. Ecco allora che FocusRisparmio ha preso in esame i fondi di categoria distribuiti in Italia per cercare di capire quali rischi e opportunità si celino dietro ciascuna scelta di allocazione e stilare un classifica delle strategie più performanti.
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Su Borsa Italiana più prodotti “verdi”, ma con meno storico
A circoscrivere l’universo di osservazione per FocusRisparmio è stata Fida, società di analisi e ricerca dati per l’industria del risparmio gestito, che ha conteggiato un totale di 26 prodotti negoziati a Piazza Affari: 11 dedicati alle fonti tradizionali e 15 focalizzati sulle rinnovabili. Il dato grezzo sembrerebbe segnalare una maggiore attenzione all’energia pulita, ma la cronologia delle quotazioni racconta un’altra storia. La quasi totalità degli exchange traded funds legati a petrolio e gas è infatti stata lanciata tra il 2007 e il 2016, potendo quindi vantare allo stato attuale uno storico ampio e una solidità operativa comprovate. Più della metà dei fondi incentrati su solare o eolico ha invece esordito dopo il 2020, in un contesto segnato dagli effetti del Covid e dalla temporanea debolezza dei combustibili fossili: una caratteristica che li fa apparire meno maturi, più circostanziali e maggiormente vulnerabili alle oscillazioni di mercato.
Performance: fossili avanti, rinnovabili in affanno

Dove i dati raccolti ed elaborati da FIDA mostrano con maggior chiarezza la divergenza tra le due asset class sono però le performance. L’indice che rappresenta gli ETF focalizzati su petrolio, gas e fonti convenzionali ha registrato un rendimento cumulato superiore al 130% negli ultimi cinque anni mentre le strategie sulle rinnovabili si sono invece fermate a circa l’8%, evidenziando una volatilità ben più elevata e drawdown più profondi. Si tratta di un quadro che smentisce, almeno nel breve-medio periodo, l’idea diffusa secondo cui verde equivale sempre a migliori risultati. Le tensioni geopolitiche e l’inflazione energetica hanno infatti sostenuto i margini delle società legate ai combustibili fossili, mentre il comparto sostenibile ha pagato le difficoltà legate ai costi di produzione ma anche alla dipendenza dagli incentivi pubblici e al rallentamento economico globale.
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Rischio e rendimento: il fattore resilienza
Dal punto di vista quantitativo, il confronto appare altrettanto netto. Gli ETF sulle fonti tradizionali presentano uno Sharpe ratio medio a cinque anni pari a 0,72, livello molto elevato e che segnala una remunerazione del rischio decisamente favorevole. Le rinnovabili si fermano invece a 0,43, dato comunque interessante ma accompagnato da una dispersione molto più marcata. Il max drawdown evidenzia ulteriormente il divario: 31% per i prodotti legati alle fonti fossili, contro un pesante -61% per gli ETF green. In sostanza, un prova di come gli investitori nelle rinnovabili abbiano dovuto sopportare oscillazioni quasi doppie rispetto a chi ha puntato sui combustibili tradizionali.
Costi e gestione: green più cari
Anche sul fronte dei costi si osserva una differenza significativa. Gli ETF sulle energie rinnovabili presentano oneri correnti spesso superiori ai 60 punti base, mentre i prodotti legati al comparto tradizionale si collocano mediamente tra 14 e 30 pbs. Un fattore che rafforza la necessità di un approccio di gestione attiva soprattutto per quanto riguarda le fonti sostenibili, dove la dispersione delle performance è molto elevata la capacità di diversificare i rischi diventa un elemento determinante.
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Un’opzione sul futuro, non ancora un’alternativa
Dal punto di vista della generazione di cassa, petrolio e gas hanno offerto finora maggiore solidità. La capacità di produrre flussi costanti, unita al supporto degli shock geopolitici e dell’inflazione energetica, ha garantito resilienza e ritorni interessanti. A confronto, le energie green rappresentano ancora un’opzione più che una vera alternativa: una scommessa sul futuro, legata all’evoluzione normativa, agli investimenti infrastrutturali e alle dinamiche dei costi tecnologici. Per gli investitori significa un orizzonte di lungo periodo, con maggiore incertezza nel breve. Ciò non toglie però che il tema della transizione verso un modello di generazione e sviluppo sostenibile rimanga centrale nell’agenda politica di oggi. I governi europei e le istituzioni internazionali stanno continuando a incentivare investimenti nelle fonti pulite, con programmi che vanno dal Green Deal al Next Generation EU fino ai sussidi statunitensi dell’Inflation Reduction Act. Questo scenario implica che, sebbene il mercato abbia premiato finora i combustibili fossili, la traiettoria di lungo periodo resta a favore delle rinnovabili. Gli ETF che ne replicano l’andamento potrebbero quindi beneficiare di un’accelerazione nei prossimi anni, specie in un contesto di normalizzazione geopolitica e di riduzione dei costi di produzione delle relative tecnologie.
Le classifiche

Guardando alla classifica dei migliori prodotti con le migliori performance tra quelli dedicati alle fonti tradizionali, si può osservare un netto predominio degli ETF sviluppati da case di gestione francesi. In prima posizione si colloca infatti la soluzione di Amundi chiamata Global Bioenergy, che replica il Bloomberg BioEnergyESG Index e quindi investe in società che si prevede possano generare una parte significativa dei ricavi dalla produzione di carburanti rinnovabili.


Nel caso dei best performer incentrati sulle rinnovabili, balza all’occhio il primato di VanEck. Più nutrita però la concorrenza nel resto della classifica, con la presenza di Invesco a fianco a realtà come I-Shares ma anche di L&G e WisdomTree: un segno di come il settore sia attualmente meno concentrato e stia interessando un numero di case sempre maggiore, con offerta più o meno specializzata su questo segmento tematico.
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