La domanda di elettricità è destinata a crescere esponenzialmente. Per Payden & Rygel il nucleare è frenato dai pregiudizi, ma rappresenta la soluzione migliore: scalabile, efficiente e green
L’intelligenza artificiale ha riportato i costi dell’energia al centro del dibattito pubblico. E con loro la soluzione offerta dal nucleare. La domanda legata all’AI è infatti uno dei principali fattori di pressione sui prezzi dell’elettricità negli Stati Uniti ed è destinata ad aumentare in maniera esponenziale non solo Oltreoceano.
Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel
Una storia già vista, rimarca Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel: al progresso umano si è sempre associato un aumento del consumo energetico. Secondo l’esperto, oggi l’atomo rappresenta una delle fonti più scalabili ed efficienti: i numeri mostrano che è in grado di soddisfare una domanda crescente con un uso migliore delle risorse e un impatto ambientale contenuto. “Gli ostacoli principali alla sua diffusione sembrano risiedere più nelle percezioni e nelle resistenze culturali che nei limiti concreti della tecnologia stessa”, assicura.
Secondo Cleveland, il fatto che la crescita dell’AI sia destinata a far aumentare in modo significativo la domanda globale di energia è una dinamica ancora sottovalutata da molti. “Le stime indicano che quest’ultima potrebbe crescere fino all’80% entro il 2050, mentre le riserve di combustibili fossili potrebbero non essere sufficienti nel lungo periodo”, avverte. In questo scenario, a suo parere il nucleare si distingue come una delle fonti più abbondanti e scalabili. “Sebbene solare ed eolico siano teoricamente illimitati, la loro densità energetica è molto inferiore: una singola centrale nucleare può sostituire milioni di pannelli solari o centinaia di turbine eoliche”, chiarisce.
Più sviluppo, più energia
“Fare di più, produrre di più e migliorare gli standard di vita ha costantemente richiesto più energia”, prosegue Cleveland. Che fa notare come negli ultimi due secoli, il consumo energetico pro capite e il PIL pro capite abbiano mostrato un andamento parallelo negli USA. Tuttavia, a partire dagli anni Duemila, il primo indicatore ha raggiunto una fase di stallo, accompagnata da un rallentamento della crescita. “Sebbene siano stati compiuti importanti progressi in termini di efficienza energetica, il venir meno di miglioramenti significativi in questo ambito contribuisce a spiegare la percezione diffusa di una stagnazione economica negli ultimi decenni”, sottolinea. In questo contesto, a suo parere, il nucleare rappresenta una possibile soluzione in grado di coniugare crescita e sostenibilità. Ma per comprenderne appieno il potenziale, è necessario confutare le principali obiezioni che gli vengono mosse, a partire dalla pericolosità e dai costi elevati.
A parte la percezione negativa dovuta al fatto che l’origine della fissione nucleare è legata all’ambito militare, a pesare particolarmente sull’opinione pubblica sono i rischi. “Gli incidenti più noti hanno rafforzato questa diffidenza, pur essendo spesso il risultato di gravi errori gestionali o di eventi naturali estremi più che della tecnologia in sé”, spiega Cleveland. A suo dire, invece, se si analizzano i rischi in un’ottica comparativa, il nucleare emerge come una delle fonti più sicure, anche rispetto ad altre tecnologie considerate ‘verdi’. Al tempo stesso, come le altre fonti a basse emissioni, non produce anidride carbonica durante la generazione di elettricità e presenta un’impronta ambientale relativamente contenuta. Quanto alle scorie, precisa l’esperto, queste occupano volumi limitati. Ed esistono tecnologie che consentono persino il riutilizzo del combustibile. “Al contrario di quanto spesso si pensa, anche altre fonti rinnovabili generano rifiuti complessi da gestire, inclusi materiali potenzialmente inquinanti”, fa notare.
Dal punto di vista dell’utilizzo del suolo, Cleveland spiega che l’atomo risulta estremamente efficiente: un impianto tipico richiede solo circa un miglio quadrato, laddove, per produrre la stessa quantità di energia, l’eolico richiede una superficie di terreno 260-360 volte superiore e il solare una 45-75 volte superiore. “Questo consente di destinare più spazio ad altri usi strategici, come infrastrutture digitali o impianti di riciclaggio”, sottolinea. Ancora più rilevante, per l’esperto, è il fatto che quest’energia garantisce una produzione costante e affidabile. “Nel 2023, le centrali nucleari rappresentavano circa l’8% della capacità elettrica installata negli USA, ma hanno fornito circa il 18% dell’elettricità totale prodotta”, prosegue. Precisando che questo è stato possibile grazie a fattori di capacità superiori al 90%, contro valori medi del 25–35% per l’eolico e del 20–25% per il solare (che dipendono fortemente dalle condizioni meteorologiche).
Il falso problema dei costi
Altra critica frequente all’atomo riguarda gli elevati costi iniziali e i lunghi tempi di messa in opera delle centrali. Attualmente, ricorda Cleveland, il costo livellato dell’energia nucleare negli Stati Uniti è stimato tra due e cinque volte quello delle centrali a gas naturale e circa il doppio rispetto a solare ed eolico. I tempi di costruzione, invece, variano in media tra i cinque e i dieci anni, a cui si aggiungono processi autorizzativi particolarmente complessi. Tuttavia, precisa, “nel lungo periodo emergono segnali incoraggianti: i costi del combustibile nucleare per megawattora sono diminuiti di oltre il 40% tra il 2012 e il 2023 e mostrano una volatilità nettamente inferiore rispetto a petrolio e gas”.
Non solo. L’esperienza dimostra anche come la standardizzazione e la costruzione su larga scala consentano economie rilevanti. “Impianti con più unità o costruiti in prossimità tra loro risultano decisamente più efficienti dal punto di vista dei costi. E tecnologie emergenti, come i piccoli reattori modulari, promettono ulteriori riduzioni degli investimenti iniziali”, evidenzia. L’esperto cita a questo proposito la Cina, che ha mostrato come un programma nucleare esteso e continuativo possa abbattere drasticamente i costi di costruzione: “Negli ultimi dieci anni Pechino ha costruito oltre 50 reattori e oggi il costo di costruzione per watt è stimato intorno a un ottavo rispetto a impianti analoghi negli USA”.
Infine, un ulteriore vantaggio riguarda il fronte geopolitico. L’attuale assetto energetico globale rimane infatti fragile e fortemente dipendente da un numero limitato di risorse petrolifere concentrate in poche aree. In questo senso, secondo Cleveland l’atomo potrebbe favorire un riequilibrio, riducendo la dipendenza dal barile. “Gli Stati Uniti mantengono ancora la maggiore capacità nucleare installata e restano all’avanguardia nella ricerca sulle tecnologie più innovative, potendo inoltre contare su un mercato dei capitali profondo e sviluppato, in grado di sostenere nuovi investimenti qualora il contesto normativo lo permettesse”, conclude.
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