La volatilità torna a colpire le piazze in via di sviluppo, ma il vero discrimine resta la portata dello shock energetico. Finché resta circoscritto, apre spazi di ingresso. Se si estende, il rischio è che passi dai prezzi all’economia reale
Ygal Sebban, investment director e responsabile del team azionario EM di GAM Investments
I mercati emergenti restano solidi, ma con una variabile chiave in gioco: il tempo. Le tensioni geopolitiche stanno aumentando la volatilità senza intaccare, per ora, le prospettive di fondo. Se lo shock energetico dovesse rientrare rapidamente, le correzioni potrebbero trasformarsi in un’opportunità. Se invece dovesse protrarsi, l’economia reale ne risentirebbe. Le tensioni nel Golfo hanno riportato al centro il tema dell’energia. Il blocco dello Stretto di Hormuz, snodo chiave per petrolio e gas, ha spinto al rialzo i prezzi e riacceso l’incertezza. “Circa il 20% del consumo globale di petrolio è legato a questa regione”, osserva Ygal Sebban, investment director di GAM. Non sorprende quindi che la reazione dei mercati sia stata immediata, con vendite diffuse e ritorno al risk-off. Il movimento del petrolio è stato tra i più ampi degli ultimi decenni, segnale di quanto il mercato sia sensibile a interruzioni anche temporanee.
Ma proprio queste fasi, guidate più dal flusso delle notizie che dai fondamentali, tendono a creare dislocazioni. “Le brusche correzioni legate alla geopolitica si sono storicamente rivelate buoni punti di ingresso”, spiega Sebastien Mallet, portfolio manager di T. Rowe Price. In diversi casi, la reazione iniziale appare eccessiva rispetto alla portata reale, soprattutto quando non si traduce in un deterioramento della crescita o degli utili. Alcuni esempi emergono già oggi. In Medio Oriente, il sentiment negativo ha colpito in modo generalizzato anche economie con maggiore capacità di adattamento. “L’Arabia Saudita dispone di rotte alternative per l’export di petrolio”, sottolinea Mallet, indicando come l’impatto diretto potrebbe essere più limitato di quanto temuto. In questo contesto, alcuni settori iniziano a mostrare valutazioni interessanti, dal finanziario ai trasporti, dove il sell-off sembra aver incorporato scenari troppo pessimistici rispetto ai fondamentali di lungo periodo. La vera incognita resta la durata della crisi. Nello scenario base, una chiusura temporanea delle rotte energetiche avrebbe effetti gestibili. Il prezzo del greggio potrebbe stabilizzarsi su livelli più alti rispetto al passato, senza compromettere la crescita globale. Anche la risposta delle banche centrali, in questo caso, resterebbe contenuta: un petrolio intorno agli attuali livelli potrebbe al massimo ritardare eventuali tagli dei tassi, senza cambiare la direzione della politica monetaria. Alcuni Paesi esportatori di materie prime potrebbero persino beneficiarne, mentre le economie importatrici resterebbero sotto pressione ma senza effetti sistemici. Il quadro cambierebbe completamente se lo shock dovesse prolungarsi. I mercati emergenti asiatici sono i più esposti, data la forte di pendenza dai flussi energetici che attraversano lo Stretto di Hormuz…
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