Alla conference call sui conti 2025, il ceo di J.P. Morgan loda la tenuta dell’economia americana ma invita alla cautela sul medio termine: crescono i rischi legati a debito pubblico e geopolitica. Netta la posizione sulla banca centrale e Powell: “Minarne l’indipendenza non è una buona idea”
Jamie Dimon, ceo di J.P. Morgan
Anche se la crescita americana continua a sorprendere per tenuta e capacità di assorbire gli shock, l’equilibrio resta fragile. È una lettura insieme costruttiva e prudente quella che Jamie Dimon, ceo di J.P. Morgan, ha proposto intervenendo alla conference call sui risultati registrati dalla banca USA nel quarto trimestre e all’intero esercizio 2025. Secondo uno dei manager più influenti di Wall Street, apparso soddisfatto dei conti nonostante l’aumento dei ricavi sia stato controbilanciato da un calo dell’utile, è infatti vero che l’economia a stelle e strisce mostra segnali di resilienza ma i mercati sembrano sottovalutare una serie di rischi all’orizzonte. Parole che possono essere lette come un duplice riferimento: sia alla crescita del debito pubblico, ormai diventato un cavallo di battaglia del guru, sia ai recenti attacchi scagliati dal presidente Donald Trump contro Jerome Powell e l’indipendenza della sua Federal Reserve, che il banchiere ha definito “bene imprescindibile”.
Il primo aspetto su cui Dimon si è espresso sono, appunto, i risultati finanziari raggiunti da J.P. Morgan. Nei tre mesi a dicembre l’istituto newyorkese ha infatti riportato profitti netti per oltre 13 miliardi di dollari, con un calo del 7% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre il fatturato è salito del 7% a 45,798 miliardi su base reported e del 7% a 46,767 miliardi su base managed. Una contrapposizione che si è riproposta anche su base annua: utile in flessione ma comunque migliori delle stime, a quota 57 miliardi per la precisione, ed entrate in crescita a 182,4 miliardi. “Tutte le linee di business hanno avuto una buona performance”, ha detto il ceo, sottolineando che “questi numeri sono il risultato di anni di investimenti ma anche di un contesto di mercato favorevole e di un’allocazione selettiva del capitale in eccesso”.
Mercato del lavoro in rallentamento, ma senza segnali di deterioramento
A tenere davvero banco sono state però le dichiarazioni dell’amministratore delegato a proposito dello stato di salute in cui versa l’economia americana. Nel dettaglio, Dimon riconosce che il mercato del lavoro ha perso slancio rispetto ai livelli eccezionalmente tesi degli ultimi anni ma esclude per ora un peggioramento significativo. “Sebbene l’occupazione si sia indebolita”, ha spiegato, “le condizioni non sembrano peggiorare”. Una resilienza che, secondo il guru, è stata possibile finora grazie alla solida domanda dei consumatori e ai buoni fondamentali delle imprese ma dipenderà nei prossimi mesi dalla combinazione di stimoli fiscali, deregolamentazione e orientamento più accomodante della Fed.
Uno dei passaggi più netti dell’intervento ha riguardato il rapporto tra la banca centrale USA e la politica, tema reso nuovamente attuale dalla notizia di un’indagine penale ai danni di Powell per spese eccessive nella ristrutturazione del quartier generale dell’istituto. Dimon ha espresso forte preoccupazione per gli attacchi dell’amministrazione Trump all’indipendenza dei policymaker, mettendo in guardia dagli effetti potenzialmente controproducenti. “Qualsiasi cosa che ne eroda l’autonomia probabilmente non è una grande idea”, ha affermato, ribadendo il proprio sostegno al numero uno. Non solo: il ceo di J.P. Morgan si è detto convinto che minare la credibilità della Federal Reserve avrebbe effetti concreti sull’economia perché rischierebbe di alimentare le aspettative di inflazione e di spingere al rialzo i tassi di interesse nel tempo, aumentando i costi di finanziamento per l’intero sistema economico.
Breve termine favorevole, ma la geopolitica incombe
Guardando al 2026, Dimon distingue chiaramente tra orizzonti temporali. Nel breve periodo, il contesto appare favorevole: “I consumatori dispongono ancora di liquidità, l’occupazione resta elevata e stimoli come il One Big Beautiful Bill potrebbero sostenere ulteriormente l’attività economica”. Un mix di fattori cui si aggiunge anche la deregolamentazione, che potrebbe aiutare il settore bancario a riallocare il capitale in modo più efficiente. Tuttavia, il quadro disegnato dal guru tende a complicarsi nel momento in cui si allunga lo sguardo. “La geopolitica rappresenta un’enorme quantità di rischio”, ha avvertito, sottolineando come le tensioni internazionali possano diventare un fattore decisivo per le prospettive di crescita.
Il tema che più preoccupa il ceo di J.P. Morgan resta però quello dei disavanzi pubblici. Un rischio che Dimon definisce strutturale e destinato, prima o poi, a presentare il conto. “Non si può continuare a prendere in prestito denaro all’infinito”, ha ricordato, richiamando un messaggio già espresso in passato sulla possibilità di una “ribellione” dei mercati nei confronti del debito statunitense. I numeri rafforzano l’allarme: negli ultimi tre mesi del 2025 gli Stati Uniti hanno speso 276 miliardi di dollari solo per interessi sulle proprie passività, mentre il Congressional Budget Office stima un deficit di 601 miliardi nel primo trimestre dell’anno fiscale 2026 e una traiettoria verso i 2.000 miliardi per l’intero esercizio.
Realismo più che previsioni
Di fronte a questo scenario, Dimon ha evitato esercizi di previsione puntuale. “Dobbiamo fare i conti con il mondo che abbiamo e non con quello che vorremmo”, ha concluso, chiarendo che l’obiettivo della banca non è anticipare gli esiti macroeconomici ma continuare a servire i clienti in un contesto sempre più complesso. Un messaggio che riassume bene la sua posizione: ottimismo misurato nel breve, vigilanza costante sui rischi di fondo che potrebbero ridefinire l’equilibrio nei prossimi anni.
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