Debito in aumento, inflazione persistente e tensioni geopolitiche mettono sotto pressione i mercati obbligazionari. Il ceo di J.P. Morgan invita i policymaker ad agire prima che sia troppo tardi
Jamie Dimon, ceo di J.P. Morgan
Il sistema finanziario globale potrebbe avvicinarsi a un punto di rottura sul fronte obbligazionario. A lanciare il segnale è Jamie Dimon, amministratore delegato di J.P. Morgan Chase, che durante un intervento alla conferenza di Norges Bank Investment Management ha messo in guardia su un possibile deterioramento delle condizioni nei mercati dei titoli di Stato. Secondo il numero uno della banca d’affari americana, la combinazione di squilibri macroeconomici e tensioni globali potrebbe infatti sfociare in una crisi obbligazionariaglobale se non affrontata in anticipo. Il messaggio è chiaro: meglio intervenire ora, piuttosto che essere costretti a gestire le conseguenze di un nuovo shock.
Alla base delle preoccupazioni di Dimon c’è innanzitutto la traiettoria del debito pubblico nelle economie avanzate. I livelli di indebitamento sono infatti destinati a crescere ulteriormente nei prossimi anni, è opinione del banchiere, sostenuti da deficit persistenti e da una spesa pubblica elevata. Tendenza cui si aggiunge il rischio di un’inflazione più resistente del previsto. Tra corsa al riarmo e politiche fiscali espansive, le pressioni sui prezzi potrebbero cioè riemergere e complicare di molto il compito delle banche centrali. Lo scenario più critico, nella view del guru, resta quello della stagflazione: una combinazione di crescita debole e carovita elevato che renderebbe più difficile intervenire senza destabilizzare i mercati finanziari.
Geopolitica e liquidità: un mercato più vulnerabile
Le tensioni internazionali continuano a rappresentare un ulteriore elemento di fragilità, secondo Dimon. Dalla guerra in Ucraina alle instabilità in Medio Oriente, i rischi legati a energia e catene di approvvigionamento restano infatti elevati. Parallelamente, la struttura del mercato obbligazionario è cambiata molto. Le regolamentazioni introdotte dopo la crisi finanziaria del 2008 hanno ridotto la capacità delle banche di assorbire shock di liquidità, rendendo gli investitori più esposti a movimenti bruschi. “L’attuale crescente mix di rischi potrebbe combinarsi in modi imprevedibili”, ha osservato il ceo, sottolineando che “non affrontare queste pressioni aumenta la probabilità che l’aggiustamento avvenga dopo un periodo di sconvolgimenti”.
Un esempio concreto di queste dinamiche è rappresentato dalla crisi dei Gilt britannici del 2022, quando un’ondata di vendite forzate costrinse la Bank of England a intervenire d’urgenza. Oggi segnali di tensione emergono anche nel private credit, un mercato da 1.700 miliardi nel quale alcuni fondi hanno iniziato a limitare i riscatti. Secondo Dimon, il settore non rappresenta ancora un rischio sistemico ma non è esente da criticità. “Il pericolo maggiore è che uno shock sia più grave del previsto”, ha spiegato, aggiungendo: “Non abbiamo avuto una recessione del credito da così tanto tempo che, quando si verificherà, sarà peggiore di quanto si pensi”.
Il monito: prevenire prima dello shock
Nel complesso, il quadro delineato evidenzia un sistema esposto a una combinazione di fattori di rischio che potrebbero amplificarsi reciprocamente. Debito elevato, inflazione incerta, tensioni geopolitiche e minore liquidità di mercato contribuiscono a rendere l’equilibrio più fragile. Il messaggio del ceo di J.P. Morgan è quindi un invito alla prevenzione: affrontare ora gli squilibri, prima che si traducano in una crisi conclamata dei mercati obbligazionari.
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