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Secondo UBP, dollaro e banche centrali hanno ribaltato lo scenario. E tra rendimenti in ascesa, fondamentali migliorati e stabilità valutaria, l’asset class è diventata un’occasione d’oro
Da ultimo della fila a testa di serie. Il debito emergente è tornato da qualche mese nel mirino degli investitori, che hanno smesso di considerarlo troppo rischioso. L’indebolimento del dollaro e le politiche monetarie accomodanti hanno infatti ribaltato lo scenario creando un contesto decisamente favorevole. Non solo. A renderlo ancora più attraente ci sono anche i rendimenti in ascesa, i fondamentali decisamente migliorati e la stabilità valutaria. Tutti elementi che, secondo Thomas Christiansen e Sergio Tarazona, rispettivamente head of emerging market fixed income e specialista in investimenti sul debito emergente di Ubp, rendono l’asset class “una promettente opportunità per chi ricerca crescita e diversificazione”.
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Un cambio di rotta globale…
Nella loro analisi, i due esperti partono proprio dal dollaro che ha cominciato a indebolirsi. Questo mentre il debito pubblico e il disavanzo delle partite correnti negli USA continuano a lievitare e la politica monetaria è indirizzata verso una riduzione dei tassi. “Un simile cambiamento di rotta ha sempre creato terreno fertile per il debito dei mercati emergenti”, affermano. Chiarendo che la svalutazione del dollaro riduce il costo del servizio del debito in valuta forte, sostiene le divise dei Paesi in via di sviluppo e la domanda di materie prime, migliorando i fondamentali e spingendo al rialzo le performance. “Il contesto attuale ricalca periodi passati di outperformance dell’asset class durante cicli di indebolimento del biglietto verde”, evidenziano.
…con numerosi precedenti
Per Christiansen e Tarazona si tratta di una svolta di vasta portata. “Il presidente USA ha annunciato a chiare lettere che vuole affrontare il disavanzo delle partite correnti anche riducendo il disavanzo commerciale e che un dollaro debole è uno dei modi con cui punta a conseguire questo obiettivo”, rimarcano. E ricordano come questa strategia non sia nuova Oltreoceano: per esempio, sia al collasso del sistema di Bretton Woods nel 1971 sia all’accordo del Plaza del 1985 tra i Paesi del G5 seguì un decennio di debolezza della divisa a stelle e strisce. Nel frattempo sono diminuite le riserve di dollari presso le banche centrali del mondo, ormai pari al 58% circa delle riserve valutarie globali, rispetto a oltre il 70% di vent’anni fa. “L’indice dell’USD ha lasciato sul terreno quasi l’8% nel 2025 ed è al di sotto del picco raggiunto nel 2022 del 10% circa”, osservano i due esperti. “Il dollaro segue tradizionalmente cicli pluriennali e riteniamo che questo sia solo l’inizio di un trend prolungato a favore del debito emergente”, assicurano.
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Rendimenti in ascesa
Anche se nei cicli precedenti come il 2018 o il 2022, questa asset class ha subito pressioni a causa della rivalutazione del dollaro e degli aggressivi tagli della Fed, per Christiansen e Tarazona stavolta il contesto è molto diverso. “L’inflazione sui mercati emergenti sta allentando la presa e gran parte delle banche centrali ha margine per sostenere la crescita mantenendo i tassi sufficientemente elevati da salvaguardare la stabilità dei cambi”, sostengono. Facendo notare come, con i prezzi che scendono più rapidamente del costo del denaro, i rendimenti reali stiano salendo, mantenendo appetibile il debito emergente, in particolare quello denominato in valuta locale. Il tutto proprio mentre i rendimenti dei mercati sviluppati iniziano a calare. “Attualmente i rendimenti reali al 4% circa rappresentano quasi la metà di quelli nominali medi”, analizzano. Questo vuol dire che agli investitori rimane una quota superiore di reddito al netto dell’inflazione locale. E che, rispetto ai rendimenti reali dei Paesi del G3 fermi ad appena lo 0,5%, il debito emergente è ancora più interessante.
Rating più alti e valute più stabili
Christiansen e Tarazona aggiungono poi che, da dopo la pandemia, le economie in via di sviluppo hanno rafforzato i loro bilanci pubblici e migliorato la qualità creditizia. Questo ha fatto sì che i rating delle obbligazioni locali siano saliti, mentre quelli dei bond dei mercati sviluppati sono scesi. Allo stesso tempo, le valute emergenti sono diventate più stabili di quelle dei Paesi del G10 rivelando, secondo i due esperti, il processo di maturazione di questa asset class. “Nonostante i cambiamenti a livello dei fondamentali, i mercati emergenti in valuta locale continuano a offrire un notevole valore, con performance elevate e una volatilità relativamente contenuta”, assicurano.
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Sentiment sempre più favorevole
Insomma, per Christiansen e Tarazona il contesto attuale è “straordinariamente favorevole” per il debito emergente. Prova ne è anche il fatto che, come rilevato dai sondaggi, la fiducia degli investitori è in costante miglioramento. “La percentuale di chi nutre aspettative rialziste su questi mercati ha raggiunto il secondo livello più alto in assoluto e il posizionamento sui mercati locali è in forte aumento”, evidenziano. Concludendo che il rinnovato ottimismo, soprattutto per gli asset emessi in valuta locale, è indicativo delle “potenzialità di questa asset class di offrire appetibili performance rettificate per il rischio e un’allettante opportunità per gli investitori”.
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