L’impatto dell’intelligenza artificiale sulla produttività sarà dodici volte superiore a quello dei fattori demografici. Nei prossimi cinque anni assisteremo a una crescita più rapida di quanto prevedano le banche centrali
Joe Davis, global chief economist di Vanguard
Festeggia il suo cinquantesimo compleanno ma è ai prossimi 50 che rivolge lo sguardo. Vanguard, infatti, chiama a raccolta la stampa a Milano per affrontare i megatrend di un mercato in rapida evoluzione. E d’altronde, proprio nei prossimi anni, avrà luogo un cambiamento di scala storica, paragonabile come impatto alla Rivoluzione industriale o all’avvento dell’elettricità, come spiega subito Joe Davis, global chief economist della società. In prima battuta e in termini di investimenti, la parola è di Simone Rosti, responsabile per Italia e Sud Europa, che sul fronte della gestione passiva non ha dubbi: “Nei prossimi anni ci sarà un’accelerazione del trend che abbiamo visto finora di passaggio dal mondo della gestione attiva a quello della gestione passiva”, afferma. Ma è con Davis che si approfondiscono temi, come quello dell’intelligenza artificiale, destinati a incidere sui mercati e a trasformare l’economia e la società nel loro complesso.
Per il macroeconomista il futuro economico mondiale non si gioca più solo su inflazione, tassi o debito pubblico. La vera chiave di volta sarà la tecnologia. “Abbiamo raccolto la maggior parte dei dati esistenti al mondo su tech, crescita, debito, demografia, cambiamento climatico, incertezza geopolitica e tutti gli altri fattori che incidono sulla crescita, l’inflazione, i tassi di interesse e i mercati azionari”, spiega. “E lo abbiamo fatto per analizzare in modo più sistematico come tutte queste forze stiano influenzando i risultati economici e come potrebbero influenzarli nei prossimi anni”. Il punto di partenza di Vanguard è semplice ma radicale: le previsioni macroeconomiche tradizionali rischiano di essere completamente superate. “La probabilità che queste previsioni siano accurate è inferiore al 20% nei prossimi tre o quattro anni”, afferma Davis. Il motivo? “Si sta delineando un tira e molla tra l’aumento dei deficit fiscali e l’invecchiamento della società, da un lato, e il più significativo cambiamento della forza lavoro globale, su spinta dell’AI, dall’altro”. Lo scenario più probabile, secondo l’economista, è che l’impatto dell’intelligenza artificiale inverta la tendenza e porti a una vera accelerazione della produttività. “Il risultato più probabile che abbiamo individuato è che entro i prossimi tre-cinque anni assisteremo a uno sveltimento della crescita, dovuto proprio a questo cambiamento nella forza lavoro attraverso l’intelligenza artificiale”. Un cambiamento, come detto, di portata epocale.
Con l’IA, nuovi milioni di lavoratori
Davis e il suo team hanno quantificato l’impatto dell’automazione sui mercati del lavoro: negli Stati Uniti, l’intelligenza artificiale avrà un effetto equivalente all’ingresso di 20 milioni di nuovi lavoratori, e in Europa di oltre 7 milioni. “Sarà come se nei prossimi cinque anni nessuno di quei lavoratori andasse in pensione”, spiega. “È l’equivalente di neutralizzare completamente il vento demografico contrario”. Per Vanguard, infatti, il cosiddetto inverno demografico non è più il fattore determinante della crescita economica. “L’importanza dei dati demografici sui futuri risultati economici è prossima allo zero”, afferma Davis. “E i fattori tecnologici e le potenzialità dell’intelligenza artificiale avranno un’importanza 12 volte superiore a quella demografica”. In altre parole, l’IA avrà la forza di riscrivere le regole dell’economia globale. Il cambiamento sarà profondo, ma non catastrofico. “Tra tre e cinque anni, il 60% dei lavoratori negli Stati Uniti e il 50% dei lavoratori nel mondo vedranno il 40% del loro lavoro cambiare”, spiega. “Quel 40% di cambiamento è quasi tre volte l’impatto che ebbe l’introduzione del personal computer alla fine degli anni Novanta”. Le professioni più esposte saranno quelle ad alto reddito e nei servizi finanziari, ma per la maggior parte dei lavoratori l’AI diventerà un alleato. “La probabilità di disoccupazione di massa nel nostro quadro di riferimento nei prossimi sette anni è dell’1%”, aggiunge. “Ci sarà automazione, ma anche un massiccio aumento di produttività”. Insomma per Davis ci saranno grandi cambiamenti ma non un disastro occupazionale, così come ipotizzato da molti esperti.
C’è però una parte del mondo che rischia di restare indietro: il Vecchio Continente. “L’Europa non riceve sufficienti investimenti da parte del governo e del settore privato. Il problema non è il livello degli investimenti, ma dove si è investito”, osserva Davis. “Se l’Europa avesse investito nel mix di settori sui quali hanno scommesso gli Stati Uniti (tecnologia, software e farmaceutica) avrebbe lo stesso tasso di produttività”. La concentrazione di capitali nel settore automobilistico, aggiunge, rappresenta un rischio strutturale: “Dal punto di vista della diversificazione, è il rischio maggiore per il Vecchio Continente, soprattutto considerando l’avanzamento della Cina, che in vari settori è altrettanto avanzata tanto quanto gli Stati Uniti”. Ma c’è ancora spazio per recuperare, a patto di rivedere le priorità. “L’Europa dovrà bilanciare la regolamentazione dell’intelligenza artificiale con la necessità di restare competitiva. Credo che sarà fondamentale considerare i dati come un bene pubblico, riducendo le barriere all’ingresso e incentivando l’innovazione”, spiega. E mentre i mercati si interrogano su quale scenario prevarrà (“vittoria dell’IA” o “deficit dominanti”?) Davis invita gli investitori alla prudenza: “Ci sono strategie che possono funzionare bene sia al rialzo che al ribasso. Non serve scegliere da che parte stare, ma comprendere che la trasformazione tecnologica è già in corso”. E lo sarà sempre più nei prossimi decenni.
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