La ceo di Ark Invest difende il maxi-capex dei big tech, ridimensiona i timori di una brusca correzione e lancia un invito agli investitori: “Guardare oltre la volatilità di breve periodo”
Cathie Wood, ceo di Ark Invest
Dopo settimane di forte volatilità in Borsa, con i timori di un eccesso di entusiasmo sull’intelligenza artificiale tornati a fare capolino nella comunità finanziaria, Cathie Wood è intervenuta per fare chiarezza sui principali fattori che stanno “innervosendo” gli investitori. Il messaggio di fondo della ceo di Ark Invest, pioniera degli investimenti tecnologici, è netto: l’AI non è una replica della bolla tecnologica dei primi anni Duemila, ma l’avvio di un nuovo e profondo ciclo di investimento. Una view, quella della guru, che ha implicazione strutturali per l’economia e per i mercati finanziari.
La catena del valore dell’AI e il sorpasso delle piattaforme
Wood parte da un punto chiave: l’evoluzione dell’intero ecosistema dell’AI, dalle infrastrutture fino alle applicazioni, sta procedendo a ritmi molto più rapidi di quanto la stessa ARK avesse previsto solo un anno fa. Ed è, in particolare, il livello delle piattaforme a trainare la crescita. “Il grande vincitore in termini di crescita incrementale è i modello della platform as a service”, sostiene la manager, che cita come esempio Palantir. “Nel solo segmento commerciale USA”, spiega, “l’ultimo trimestre è passato in archivio con una crescita dei ricavi del 142%”. Numeri senza paragoni nel software quotato e che, a suo giudizio, nel mondo privato vengono persino superati dai grandi player dei modelli di frontiera come OpenAI.
SaaS: il lato perdente della rivoluzione
Il rovescio della medaglia è la pressione crescente sul modello tradizionale del software as a service. E Wood lo riconosce chiaramente. “Avevamo previsto che avrebbe perso quota di mercato ma abbiamo sottovalutato quanto velocemente e quanto profondamente questo sarebbe avvenuto”, ammette la ceo di ARK. Una dinamica la cui origine viene rintracciata in un fenomeno evidente: “L’AI sta erodendo valore in ampie parti del software tradizionale, favorendo processi di consolidamento e una selezione più dura tra i player di settore.
Hyperscaler: il maxi-capex spaventa gli investitori
Un altro elemento che ha spiazzato molti investitori è l’impennata dei piani di spesa in conto capitale dei grandi hyperscaler. I colossi tecnologici stanno infatti raddoppiando i budget per data center e infrastrutture, rompendo con il paradigma che per anni ha imposto forte generazione di cassa e accumulo di liquidità come fattore di fiducia e successo. Questo trend non sembra però preoccupare Wood, che anzi fornisce sul punto una visione contrarian: “Vedere un hyperscaler raddoppiare il capex in un solo anno rappresenta uno shock”, osserva citando il caso dei 180 miliardi di dollari di investimenti stimati per Amazon, “ma noi riteniamo che stiano facendo la cosa giusta: devono investire ora per restare rilevanti domani”.
Data center e semiconduttori: un ciclo strutturale, non congiunturale
Secondo ARK, ad ogni modo, la corsa agli investimenti in data center non è un eccesso irrazionale ma l’inizio di un ciclo strutturale. La spesa in sistemi per costruire infrastrutture di questo tipo, rimasta per anni tra i 100 e i 200 miliardi di dollari, ha accelerato dopo il “momento ChatGPT” con tassi di crescita annui intorno al 30%., “I recenti annunci di aumenti del 100% in un solo anno stanno semplicemente confermando la traiettoria che avevamo delineato”, spiega Wood. Si profila in parallelo anche una trasformazione del mercato dei semiconduttori, con una progressiva maggiore rilevanza degli ASIC rispetto alle GPU tradizionali
Perché il paragone con la bolla del 2000 non regge
Il confronto con la bolla tech di inizio anni Duemila è inevitabile, ma Wood invita a non forzare le analogie. “Allora le tecnologie non erano pronte”, osserva la leader, “oggi siamo solo all’inizio di questo percorso”. A suo avviso, la differenza cruciale sta anche nelle valutazioni: “I multipli delle big tech oggi non hanno nulla a che vedere con quelli estremi della bolla del 2000, quando le valutazioni erano completamente scollegate dalla maturità delle tecnologie”. Anzi, le recenti correzioni dei titoli delle Sette riflettono proprio i timori di breve periodo sul ritorno degli investimenti più che un eccesso strutturale di valutazioni.
Il nodo dell’orizzonte temporale: breve contro lungo periodo
Il vero rischio, semmai, è l’orizzonte temporale degli investitori. “Gli azionisti più orientati al breve termine faticano ad accettare che il ritorno sul capitale possa temporaneamente scendere in una fase di grande discontinuità tecnologica”, osserva Wood. Ma per chi guarda al medio-lungo periodo, la traiettoria resta chiara: l’intelligenza artificiale rappresenta un ciclo di investimento paragonabile per portata alle grandi rivoluzioni infrastrutturali del passato – dalle ferrovie all’elettricità, fino a Internet – con un impatto potenziale cumulato sull’economia che potrebbe spingersi ben oltre i livelli storici di spesa in conto capitale.
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