Dopo la sentenza della Corte Suprema e l’annuncio di tariffe globali al 15% da parte di Trump, i mercati sono ripiombati nell’incertezza. Ecco le possibili ripercussioni su azionario, inflazione e Fed
Per aziende e mercati la nebbia è tornata ad infittirsi. Proprio mentre la nuova politica commerciale americana cominciava a essere digerita, si è infatti riaccesa l’incertezza. Venerdì scorso, la Corte Suprema ha annullato la maggior parte dei dazi imposti da Donald Trump, definendoli illegittimi, e ha quindi aperto la strada alla possibilità che gli States debbano rimborsare circa 130 miliardi di dollari incassati nei mesi scorsi. La risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere: utilizzando una legge diversa, il presidente USA ha infatti annunciato prima un’imposta globale del 10%, e poi del 15%, che potrebbe durare cinque mesi mentre l’amministrazione cerca soluzioni più durature. La reazione euforica del mercati, seguita venerdì sera alla sentenza della Corte, ha quindi lasciato il posto alla cautela, mentre gli investitori fanno i conti con nuovi interrogativi sull’economia legati all’entrata in vigore della nuova tariffa temporanea. Per i gestori, il nuovo quadro non cambia radicalmente le carte in tavola per i mercati, ma certamente complica lo scenario, soprattutto per i conti pubblici a stelle e strisce.
“La sentenza dovrebbe ripristinare una certa fiducia nell’efficacia dei principali sistemi di controllo e bilanciamento del sistema di governance statunitense”, commenta il team Sovereign & Public Sector di Scope Ratings, che sottolinea come l’International Emergency Economic Powers Act, su cui si fondano gli attuali dazi , nasca per essere utilizzato in situazioni di emergenza specifiche. Tuttavia, precisa, “data la determinazione dell’amministrazione a mantenere intatta la propria politica commerciale è improbabile che la decisione della Corte abbia un impatto significativo sui flussi commerciali e sulle dinamiche del debito pubblico statunitense nel medio termine”.
Matthew Ryan, head of Market Strategy di Ebury
Dello stesso parere Matthew Ryan, head of Market Strategy di Ebury, secondo cui dal punto di vista dei mercati non si tratta di un grosso cambio di scenario. Non solo infatti la decisione dei giudici supremi era ampiamente attesa, ma il presidente ha già detto che ricorrerà rapidamente ad altri strumenti legali per ottenere simili restrizioni commerciali. “Trump ha a disposizione diverse leve per aggirare il verdetto”, avverte l’esperto. Ciò significa, spiega, che sebbene potrebbe esserci qualche interruzione a breve termine, “è improbabile che la sua strategia tariffaria a lungo termine venga vanificata”.
Le implicazioni per azionario, inflazione e Fed
Mark Haefele, responsabile globale degli Investimenti di UBS Global Wealth Management
Nonostante questo, come fa notare Mark Haefele, chief investment officer di UBS Global Wealth Management, dalla sentenza derivano diverse implicazioni, a partire proprio dal fatto che l’impatto macroeconomico dipenderà probabilmente dalla risposta dell’amministrazione. “Si prevede che l’aliquota tariffaria effettiva complessiva degli Stati Uniti scenderà al 10–15% quest’anno e che la decisione sull’IEEPA avrà potenziali ripercussioni sugli accordi stretti con altri partner commerciali”, osserva. In ogni caso, per l’esperto la sentenza sui dazi non modifica nel complesso la visione positiva sui mercati finanziari. Tuttavia, precisa, è “marginalmente favorevole ai titoli azionari, nella misura in cui un tasso tariffario inferiore migliora il potere d’acquisto delle famiglie, limita le preoccupazioni sull’inflazione e sostiene ulteriori tagli dei tassi da parte della Federal Reserve”.
Luigi de Bellis, co-head of Research team di Equita
Secondo Luigi de Bellis, co-direttore generale e responsabile Ricerca Equita, il messaggio principale degli ultimi giorni è che l’incertezza sulla politica commerciale USA aumenta, rendendo il quadro macro più complesso e volatile. Per l’esperto, in vista delle elezioni di medio termine di novembre, sarà politicamente difficile adottare misure che alimentino l’inflazione. “Di conseguenza, non vediamo un impatto significativo sulle prospettive di taglio dei tassi da parte della Fed, con la curva che attualmente sconta circa 60 bps di riduzioni entro fine 2026”, afferma, segnalando anche il rischio di un ulteriore indebolimento del dollaro, con una rotazione a favore degli asset ex-USA.
Proprio riguardo al biglietto verde, Ryan fa notare la svendita subita in risposta alla sentenza. “Riteniamo che la mossa rifletta probabilmente le crescenti preoccupazioni fiscali, poiché i mercati temono che gli ingenti rimborsi tariffari possano creare un significativo deficit di bilancio degli Stati Uniti, un deficit più elevato e un aumento dell’emissione di debito”, spiega.
A questo proposito, gli analisti di Scope Rating ricordano come, nel 2025, l’aumento dei dazi abbia generato circa 200 miliardi di dollari (lo 0,7% del PIL) di entrate governative aggiuntive, in gran parte assorbite da imprese e consumatori statunitensi. La sentenza della Corte Suprema, spiegano, “si applica alle tariffe che hanno generato circa 130 miliardi di dollari in dazi doganali lo scorso anno (circa il 70% delle entrate doganali totali)”. A loro avviso, nonostante le entrate aggiuntive, “le prospettive fiscali per gli Stati Uniti rimangono difficili, dati gli elevati deficit fiscali, pari a circa il 6-7% del PIL”. Inoltre, puntualizzano, la quota netta degli interessi passivi del governo sulle entrate della pubblica amministrazione è aumentata a circa l’11,7% lo scorso anno e dovrebbe salire ulteriormente nei prossimi. “Prevediamo che il rapporto debito pubblico/PIL raggiungerà il 140% entro il 2030, rispetto al 122% del 2024”, affermano. Aggiungendo che, tra le economie avanzate, questo collocherebbe Washington al secondo posto tra i Paesi sovrani più indebitati. Dopo il Giappone e al di sopra dei livelli di debito previsti entro il 2030 per Regno Unito (115%), Francia (125%) e Italia (136%).
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