Il costo del denaro resta al 4% a causa dell’elevata inflazione. Rallenta il ritmo del quantitative tightening. Occhi sul budget di novembre
Attese rispettate anche per la Bank of England. Dopo il taglio di inizio agosto, l’istituto centrale UK ha deciso di lasciare i tassi fermi al 4%. Una decisione su cui pesa l’inflazione inchiodata al 3,8%, livello molto più alto della media europea e troppo distante dall’obiettivo del 2% per potersi concedere un’altra sforbiciata. Andrew Bailey e colleghi hanno però anche annunciato un rallentamento del programma di quantitative tightening, scegliendo ridurre di 70 miliardi di sterline nei prossimi dodici mesi lo stock di acquisti di Gilt per un totale di 488 miliardi.
A differenza della Federal Reserve e sulla scia di quanto fatto settimana scorsa dalla BCE, la banca centrale del Regno Unito ha scelto quindi la via prudente. Sette membri del Monetary policy committee hanno votato per mantenere invariati i tassi mentre solo due si sono espressi per una nuova riduzione dopo quella di un quarto di punto di un mese fa. “Prevediamo che l’inflazione torni al nostro obiettivo del 2% ma non siamo ancora fuori pericolo, ha spiegato il governatore Bailey, precisando quindi che “eventuali tagli futuri dovranno essere effettuati gradualmente e con cautela”. L’istituto ha anche confermato le sue previsioni sul carovita, che dovrebbe raggiungere a breve il picco del 4% per poi tornare lentamente al target entro il secondo trimestre del 2027.
La crescita resta “contenuta”
Keir Starmer, primo ministro del Regno Unito
Quanto alla crescita, le stime per il terzo trimestre sono state riviste al rialzo dallo 0,3% allo 0,4% ma la BoE ha sottolineato che l’attività economica resta “contenuta”: una conseguenza anche a fronte dei “rischi geopolitici” che potrebbero ulteriormente rallentarla nel Regno Unito e a livello globale, per effetto dei dazi di Donald Trump e delle guerre in Ucraina e a Gaza. Considerazione quest’ultima negativa per il governo laburista del primo ministro Keir Starmer, già alle prese con l’indebitamento pubblico da record e un’inflazione elevata ma anche una crescita debole nonostante le promesse di rilancio.
Simon Dangoor, head of fixed income macro strategies di Goldman Sachs Asset Management
Non solo l’andamento dei prezzi. I gestori sono convinti che proprio Starmer e la sua ministra delle Finanze, Rachel Reeves, saranno decisivi per il futuro percorso della politica monetaria britannica. “Non ci aspettiamo che la BoE possa tagliare i tassi nella restante parte dell’anno ma riconosciamo che ciò dipenderà in parte dall’esito del budget di novembre”, afferma Simon Dangoor di Goldman Sachs Asset Management. Il macro strategist della casa fa infatti notare come l’inflazione persistente e l’indebolimento in attenuazione del mercato del lavoro dovrebbero scoraggiare il Monetary policy committee dal procedere con un allentamento, anche potrebbe esserci una risposta più rapida nel caso in cui il budget fosse percepito come un freno alle prospettive di crescita. “Il nostro scenario di base prevede che l’istituto centrale riprenda i tagli dei tassi a febbraio 2026”, chiarisce.
Jamie Niven, senior Fixed Income fund manager di Candriam
Di parere leggermente diverso Jamie Niven, senior fixed income fund manager di Candriam, secondo cui in questo meeting i riflettori erano tutti puntati su eventuali cambiamenti nella comunicazione circa prospettive future dei tassi e sulla decisione di una riduzione dell’APF. “Il target fissato a 70 miliardi di sterline è pienamente in linea con le aspettative del mercato e non dovrebbe avere un impatto rilevante sui rendimenti nel breve termine”, assicura. Quanto ai tassi, l’esperto crede che il mantenimento del wording usato in passato non escluda eventuali interventi futuri. “Esiste una certa asimmetria nei tagli attualmente prezzati per il prossimo anno e continuiamo a vedere valore nella parte anteriore della curva UK”.
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