Reddito fisso: ecco dove guardano gli analisti nel 2026
Dopo il rimbalzo del reddito fisso, il nuovo anno si apre all’insegna dell’asset class. Strategie flessibili, mercati emergenti e gestione attiva al centro delle scelte dei fund selector
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Amazon, Apple, Alphabet, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla. I Magnifici 7 continuano a correre senza sosta e da soli valgono ormai circa il 30% della capitalizzazione dell’indice S&P 500. Nei primi cinque mesi del 2024, il principale listino USA è cresciuto di circa 12 punti percentuali, con oltre la metà del guadagno messo a segno proprio dalle Big Tech. Quanto basta per riportare alla mente degli investitori l’inizio degli anni Duemila e la storica bolla delle dot-com. E per far sì che l’interrogativo più diffuso tra analisti e operatori in questo momento sia se a Wall Street si rischia un terribile déjà vu. La risposta, secondo Marco Piersimoni, co-head Euro Multi Asset di Pictet Asset Management, è che non c’è nessuna bolla pronta a esplodere: nonostante le valutazioni siano elevate, infatti, in passato hanno raggiunto livelli ancora più alti. E la loro crescita è accompagnata da un corrispondente, se non ancor più sostenuto, aumento degli utili.
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Per l’esperto, il primo indicatore da osservare è se vi sia un eccesso di valutazione. Condizione necessaria ma non sufficiente per far scattare l’allarme. “Occorre poi valutare se le proiezioni future sugli utili siano realistiche e se sui mercati gli investitori diventino irrazionali ricorrendo a un eccesso di leva finanziaria e tollerando livelli di rischio molto alti”, afferma. Sottolineando che, nel contesto di mercato attuale, il rapporto fra prezzo e utili è vicino alle 21 volte, un valore che si colloca ampiamente sopra della media degli ultimi dieci anni. “L’extra rendimento (ERP) che si può ottenere investendo in azioni rispetto alle obbligazioni governative reali a 10 anni è sui minimi degli ultimi due decenni. Questo significa valutazioni azionarie elevate, ma comunque a livelli che si mantengono inferiori rispetto a quanto osservato nel 2000”, analizza.
Non solo. Anche altri elementi suggeriscono, secondo Piersimoni, che le attuali quotazioni sono in realtà supportate da una crescita degli utili che viaggia di pari passo: “Entrambi hanno registrato un incremento di 11 volte negli ultimi 20 anni. Un aspetto che ha fatto sì che il rapporto fra prezzo e utili, in realtà, sia rimasto sostanzialmente stabile nella forbice temporale analizzata”, chiarisce.
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Chiaro in questo senso è il caso di Nvidia. Analizzando i numeri, l’esperto rileva come nell’ultimo anno il prezzo delle azioni del colosso dell’IA sia cresciuto di tre volte, a fronte però di profitti che si sono moltiplicati per cinque. “Il risultato è stato la discesa del rapporto tra prezzo e utili, incorporando un de-rating del 15%. Pertanto, gli investitori stanno acquistando azioni di Nvidia a una valutazione più conveniente rispetto a un anno fa”, evidenzia.
Piersimoni ha quindi studiato le valutazioni di Oracle, azienda ancora in attività che seppe superare la crisi delle dot-com. Questa, a cavallo fra il 1999 e il 2000, vide salire il prezzo delle sue azioni di cinque volte, mentre gli utili, pur crescendo del 60%, non avanzavano alla stessa velocità, portando il rapporto tra prezzo e utile a triplicarsi. “Ne consegue che, mentre allora il mercato scommetteva su un aumento dei profitti che poi nei fatti non ha trovato riscontro, oggi la crescita dei titoli tecnologici avviene a un ritmo inferiore rispetto all’avanzata degli utili e, paradossalmente, quest’ultimi sono diventati meno cari”, osserva.
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Ma non è tutto. Secondo Piersimoni, ci sono poi almeno altri quattro elementi in contrasto con quanto ci si aspetterebbe di vedere in presenza di una bolla speculativa. Intanto, gli afflussi netti sul mercato azionario dovrebbero essere su livelli elevati e invece si mantengono intorno allo zero. E anche i tradizionali indicatori di fiducia degli investitori non lasciano pensare a un esagerato ottimismo sui mercati. “Al momento, non si ravvisa né un eccesso di fiducia, né di sfiducia, così come l’allocazione delle azioni rispetto ai bond è sostanzialmente bilanciata”, fa notare.
Tra le aziende, poi non si vede un aumento della propensione a procedere con fusioni e acquisizioni. “Quest’ultimo fattore, storicamente, raggiunge livelli alti durante i periodi di bolla: a tal punto che, in corrispondenza della crisi di Lehman Brothers, il volume di M&A aveva toccato un livello quasi doppio rispetto alla media, mentre oggi si registrano volumi intorno alla media o di poco superiori”, spiega. Infine, secondo l’esperto, non desta preoccupazioni nemmeno il livello d’indebitamento delle famiglie americane, che in rapporto al PIL si mantiene a livelli molto bassi. “Allo stesso modo, anche il credito erogato è sotto i livelli storici e questo suggerisce l’assenza di un eccesso di leva finanziaria all’interno del sistema”, precisa.
Insomma, a detta di Piersimoni si può concludere che da un esame complessivo non emergono in maniera conclamata i segnali di una bolla speculativa, come fu invece nel 2000, nel 2007 e in parte anche nel 2021. “È quindi corretto investire sui mercati azionari a patto di avere un orizzonte di investimento adeguato, necessario per smaltire l’inevitabile volatilità delle borse”, afferma. Suggerendo come alternativa sempre valida quella di utilizzare strategie d’investimento flessibili che gestiscano l’esposizione ai vari mercati smussandone la volatilità.
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