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Dopo i dazi di Trump, per l’agenzia l’Europa crescerà più lentamente e Lagarde taglierà una volta in più. Negli USA, saliranno inflazione e rischio recessione. E Powell resterà fermo a lungo
L’Europa crescerà più lentamente, mentre gli USA, oltre a un rallentamento, nel breve termine dovranno affrontare anche un aumento dell’inflazione. Questo porterà la Banca centrale europea a tagliare i tassi una volta di più nel corso del 2025 e la Federal Reserve ad essere invece prudente, restando in stand by per gran parte dell’anno. All’indomani dell’annuncio dei dazi di Donald Trump, è questa la view preliminare di S&P Global Ratings, secondo cui gli altri grandi istituti centrali seguiranno per lo più la strada dei colleghi del Vecchio Continente, mentre quelli più piccoli e dipendenti dal dollaro si muoveranno sulla scia di Jerome Powell.
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L’offensiva doganale trumpiana, sottolinea l’agenzia, ha superato le aspettative sia per entità che per ampiezza, portando le tariffe effettive a livelli che non si vedevano da quasi un secolo. “Di conseguenza questi nuovi dazi aumentano i rischi al ribasso rispetto allo scenario macroeconomico di base di S&P, con l’impatto complessivo nel breve termine che dipenderà da come verranno utilizzati i proventi negli Stati Uniti e dall’entità e natura delle ritorsioni da parte dei Paesi esteri”, si legge. In ogni caso, per gli analisti, le maggiori tariffe doganali americane causeranno una crescita più contenuta e tassi di interesse generalmente più bassi, ma con significative variazioni tra le diverse economie.
Europa, crescita più lenta e un taglio dei tassi in più
L’agenzia precisa che la prossima settimana pubblicherà un rapporto più dettagliato sugli effetti delle politiche USA, e preannuncia che probabilmente rivedrà al ribasso le previsioni di crescita del PIL rispetto al suo attuale scenario di base. Quanto all’entità di tale limatura, gli analisti spiegano che saranno le grandi economie, come Eurozona e Cina, a registrare probabilmente le revisioni più contenute. Queste dovrebbero limitarsi a circa un quarto di punto percentuale all’anno. In particolare, poi, a partire dal 2026 il Vecchio Continente beneficerà di un effetto positivo derivante da una maggiore spesa per infrastrutture e difesa.
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Lo scenario generale di rallentamento economico porterà, secondo S&P, a inevitabili cambi di programma per le banche centrali, che saranno costrette a rivedere il percorso della politica monetaria. Decisioni e sterzate saranno ovviamente diversi a seconda dei Paesi. Le banche centrali delle economie più grandi, con una domanda interna più forte e meno dipendenti dal finanziamento in dollari, avranno infatti maggiore margine per tagliare i tassi d’interesse in risposta a una crescita più lenta. Tra queste, spicca la BCE che per l’agenzia potrebbe ridurre il costo del denaro una volta in più nel corso di quest’anno. Al contrario, gli istituti centrali delle economie più piccole, più aperte e dipendenti dal dollaro saranno maggiormente vincolate dalle decisioni della Fed.
USA, inflazione su e incertezza: Powell resterà fermo a lungo
Quanto agli Stati Uniti, per S&P le politiche commerciali di Trump avranno un forte peso sull’inflazione nel breve periodo, mentre l’impatto dovrebbe essere poi più limitato nel lungo termine grazie alla quota relativamente contenuta di prodotti di importazione acquistati generalmente dagli americani. Gli analisti stimano questo impatto in media più vicino al 4% entro il quarto trimestre, rispetto al 3% della previsione di base di marzo. Visto che, si legge nel report, la quota di beni importati nella spesa degli americani è di circa l’11%, il costo aggiuntivo dovrebbe aggiungere lo 0,7%-1% al livello dell’indice dei prezzi CPI rispetto alla precedente stima, ipotizzando il 50%-75% di trasferimento ai consumatori. Supponendo che non ci siano importanti effetti di secondo round, i numeri dell’inflazione dovrebbero poi tornare all’obiettivo del 2% entro la metà del 2026.
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Quanto al PIL a stelle e strisce, gli effetti dipenderanno dalle ritorsioni commerciali dei partner e da come verranno utilizzate le entrate derivanti dalle nuove tariffe. I dazi, precisa l’agenzia, funzionano come una tassa regressiva, colpendo proporzionalmente di più le famiglie a basso reddito. Il potere d’acquisto ridotto, i possibili cali nei mercati azionari e l’incertezza negli investimenti potrebbero quindi indebolire ulteriormente la crescita. Non solo. Questa dipenderà anche dall’utilizzo che l’amministrazione USA deciderà di fare delle maggiori entrate: se opterà per tagli fiscali o altri trasferimenti, l’impatto negativo potrebbe infatti essere attenuato. In uno scenario moderato, con limitate ritorsioni, S&P prevede che la crescita reale trimestrale su base annua possa ridursi di 0,3-0,4 punti percentuali rispetto alla previsione di marzo dell’1,6%.
Gli esperti precisano che, sebbene i dazi possano generare entrate teoriche pari al 2,3%-2,7% del PIL nel primo anno, pari a 700-800 miliardi di dollari, è probabile che l’ammontare effettivo sia inferiore a causa del calo delle importazioni e del rallentamento economico generale. Non si prevede ancora una recessione ufficiale secondo la definizione del Nber, ma per l’agenzia la probabilità è salita al 30%-35% rispetto al 25% del mese scorso. Alla luce di tutto questo, quindi, la Federal Reserve probabilmente manterrà i tassi invariati per gran parte dell’anno, con buona pace di Trump e nonostante alcuni modelli di analisi suggeriscano rialzi.
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