Claudia Collu, head of Global Equity di Anima SGR, analizza le implicazioni per i portafogli della nuova fase dei mercati azionari, tra ritorno della volatilità, attivismo geopolitico e transizione climatica: “Le dislocazioni settoriali e geografiche stanno creando grandi opportunità”
Claudia Collu, head of Global Equity di Anima SGR
Nel nuovo ciclo economico, ridefinito da rischi geopolitici, instabilità normativa e rivoluzioni tecnologiche, l’approccio all’azionario globale richiede una gestione più dinamica e consapevole. Ne è convinta Claudia Collu, head of Global Equity di Anima SGR, che legge la complessità attuale come uno snodo strategico per ripensare le allocazioni, mantenendo al centro temi strutturali come intelligenza artificiale, healthcare e transizione energetica.
Il peso degli USA sui portafogli è strutturalmente molto elevato: rappresentano il 25% del pil globale ma oltre il 70% del mercato azionario mondiale. Negli ultimi mesi questo “eccezionalismo” sembra essere messo in discussione. La crescente volontà di reshoring, le tensioni politiche e fiscali, e il ritorno dei dazi pongono molti interrogativi.
Il calo della credibilità della politica ed economica USA, in un momento in cui sia il debito che il deficit sono a livelli mai visti prima, crea incertezza e mette effettivamente in discussione l’eccezionalismo statunitense. Già alla fine del 2024, ancora prima dell’insediamento di Trump, noi avevamo comunque già iniziato a riconsiderare il peso relativo degli Stati Uniti, principalmente, in quella fase, per via delle valutazioni elevate”.
State quindi guardando con più intensità anche altrove? Quali le aree su cui vi state focalizzando?
Nei mesi scorsi abbiamo intensificato l’attività di ribilanciamento dei portafogli, con più attenzione all’Europa e ai settori ciclici. È stata una scelta legata più a valutazioni che a fattori politici, ma oggi quei fattori si stanno rivelando centrali. Abbiamo confermato l’esposizione a settori legati alla transizione energetica, anche dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi. Non è una posizione ideologica, ma un’azione basta sulla convinzione della rilevanza del tema nel lungo periodo. Per noi, il rischio climatico è un rischio finanziario e come tale va integrato nei portafogli. Anche le nuove direttive ESMA hanno rafforzato questo approccio: alcune esclusioni settoriali sono state compensate con maggiore esposizione a società che beneficiano dei piani fiscali europei.
La visione sulla sostenibilità quindi non cambia, nonostante il cambio di clima politico?
Assolutamente no. Il rischio ambientale, ma anche quello legato alla governance e agli aspetti sociali, è sempre più rilevante. Aziende americane ci confermano che, pur senza rendere pubblici alcuni impegni, continuano a operare in coerenza con criteri ESG. È una scelta che riguarda il business: evitare sanzioni, controversie legali e instabilità interna. Anche sulla direttiva Omnibus europea, pur osservando un rallentamento nei tempi e negli obblighi per le PMI, molte realtà continuano a muoversi perché hanno riconosciuto un valore strategico alla sostenibilità.
A proposito di eccezionalismo americano, che ruolo avrà ancora il tech USA nei portafogli?
Il tech resta un pilastro. È vero, l’eccezionalismo statunitense si è ridimensionato e la Cina sta dimostrando di avere competenze analoghe in settori ad alta crescita. Ma negli USA c’è stato un accumulo di investimenti decennale che in Europa, per ora, non vediamo con pari determinazione. Per questo crediamo che l’intelligenza artificiale resterà un driver centrale e trasversale. Stiamo già andando oltre i semiconduttori: guardiamo ai data center, all’energia e, in prospettiva, ai dispositivi consumer. È una rivoluzione ancora agli inizi.
Quali tematiche seguite maggiormente in ambito equity?
Abbiamo una gamma di fondi tematici che copre le principali direttrici di trasformazione. Tra queste, una delle più rilevanti è legata al cambiamento demografico e insiste sull’intersezione tra sanità, tecnologia, consumi e servizi finanziari, seguendo l’impatto delle trasformazioni generazionali e della longevità. Su questo tema abbiamo in gamma un fondo innovativo e diversificato, che esclude settori non coerenti con la filosofia tematica, come l’energia tradizionale. La sanità è centrale: è in fase di profondo mutamento, tra nuovi farmaci e sfide regolatorie. Tuttavia, negli USA preoccupano alcune recenti nomine nel dipartimento salute e i tagli ai fondi per la ricerca.
Guardate con attenzione anche alla Cina?
Sì, ma con selettività. Pechino presenta valutazioni molto attraenti, specie nel tech, ma permane un forte sconto per il controllo statale. Nonostante questo, ogni tanto riusciamo a sfruttare delle finestre tattiche. A frenare l’allocazione è però soprattutto il sentiment debole dei consumatori, la disoccupazione giovanile e il mercato immobiliare in difficoltà. Detto questo, abbiamo rafforzato un po’ la componente tech cinese, perché alcune società mostrano solidi fondamentali e valutazioni interessanti.
Come gestite in portafoglio la volatilità attuale?
Abbiamo aumentato la componente liquida nei momenti di forte incertezza, ma oggi siamo tornati ad allocare selettivamente su vari segmenti anche in Europa. Le dislocazioni settoriali e geografiche offrono interessanti opportunità. L’azionario europeo, ad esempio, beneficia dei piani fiscali e di un ciclo favorevole per banche e infrastrutture. Il settore finanziario, in particolare, è tra quelli che preferiamo. Negli USA potrebbe trarre vantaggio da un ritorno di politiche di deregolamentazione, che aprirebbero lo spazio per nuove operazioni di M&A e politiche di remunerazione degli azionisti.
E per quanto riguarda i fondi sostenibili?
Il nostro fondo Articolo 9 lanciato nel 2022 continua a rispettare la sua missione: investe in aziende che si sono impegnate su obiettivi climatici coerenti con l’accordo di Parigi. Selezioniamo società sostenibili secondo il nostro approccio proprietario e incluse dall’organismo internazionale SBTi (Science Based Targets initiative) fra quelle che si sono impegnate a ridurre le emissioni entro il 2030 per contenere il riscaldamento entro 1,5° rispetto ai livelli pre-industriali. Il risultato è un’esposizione più forte verso Europa e Asia, ma riteniamo che nel lungo periodo questo universo crescerà. Le società che offrono soluzioni per la decarbonizzazione vedranno aumentare la domanda e rafforzeranno la propria competitività.
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