La boutique tedesca accelera sull’espansione europea e punta al mercato tricolore. Il fondatore Hendrik Leber: “Vogliamo costruire partnership di lungo periodo con il wealth management”. Dal value investing evoluto all’intelligenza artificiale, ecco strategie e obiettivi della società
Hendrik Leber, fondatore e presidente di ACATIS
Nel panorama europeo del risparmio gestito, di fianco alle acquisizioni tra player internazionali che stanno ridefinendo i confini dell’industria, continuano a ritagliarsi spazio anche le boutique specializzate. Tra queste c’è ACATIS, società tedesca fondata oltre trent’anni fa da Hendrik Leber, che negli anni ha costruito la propria identità attorno a una declinazione evoluta del value investing. Ma dopo il consolidamento nell’area DACH e l’espansione in Francia, il gruppo guarda ora a un novo terreno di gioco come tappa del suo percorso di sviluppo: il mercato italiano. “L’obiettivo è intercettare la domanda di soluzioni specialistiche nel segmento wholesale e wealth management”, ha spiegato lo stesso Leber nell’annunciare l’avvio delle attività tricolore qualche settimana fa. FocusRisparmio lo ha raggiunto per esplorare obiettivi e strategie della società.
Quali sono i vostri numeri attuali e quali gli obiettivi persegue la presenza in Italia per i prossimi prossimi anni?
A fine febbraio il nostro patrimonio gestito si attestava a circa 9,27 miliardi di euro, ben diversificati tra i vari segmenti di clientela e provenienti per l’80% dalla Germania. Il bacino di riferimento per la nostra offerta commerciale comprende banche e gestori patrimoniali ma anche compagnie assicurative e consulenti finanziari indipendenti. Ecco perché la nostra priorità nella fase iniziale dell’espansione in Italia, per la quale ci siamo dati un orizzonte di tre anni, è quella di approfondire le nostre partnership con le reti di wholesale e wealth management. Ci rivolgiamo a banche private, gestori patrimoniali e piattaforme di consulenza finanziaria: tutti quei ‛consumatori esigenti’ che apprezzano la qualità specializzata. Per farlo, avremo ovviamente bisogno della presenza sul territorio di un sales team e di un team di investimento altamente motivato e disposto a viaggiare in Italia. Ci piace essere ambiziosi ma anche realistici: oltre al volume, cerchiamo collaborazioni a lungo termine e asset in linea con la nostra filosofia.
Perché avete scelto di venire in Italia?
Abbiamo fondato la società oltre 30 anni fa e siamo diventati uno dei principali gestori patrimoniali nella regione DACH. Inoltre, siamo attivi nella penisola iberica e in Francia da oltre 12 anni, Paesi in cui abbiamo costruito una solida base di clienti. In questo quadro, l’Italia rappresentava il passo successivo più logico e convincente nel percorso di espansione europea che abbiamo intrapreso: si tratta infatti di un mercato altamente frammentato, con molte opportunità in tutti i segmenti di clientela. Non solo: è vero che i risparmiatori della Penisola sono caratterizzati da un elevato grado di avversione al rischio, con una preferenza strutturale per ‛asset rifugio’ più tradizionali come depositi bancari e reddito fisso o anche il mattone, ma sta attraversando una profonda transizione demografica e patrimoniale che potrebbe portare occasioni per gestori con le nostre qualità.
Il vostro ingresso nel mercato avviene in un momento di crescente consolidamento: vedete opportunità dal risiko?
Anche al netto di operazioni come l’acquisizione di Axa IM da parte di BNP Paribas o quella di Schroders da parte di Nuveen, siamo convinti che il mercato potenziale sia sufficientemente ampio da supportare sia i giganti sia le boutique. Proprio come nel mondo della moda, anche quando si parla di prodotti di investimento alcuni acquirenti più esigenti apprezzano la qualità specializzata di un marchio di nicchia rispetto alle catene mass market. Non è un caso se la nostra fase iniziale prevede una stretta collaborazione con un’agenzia di pubbliche relazioni locale per allineare la nostra narrativa ‛modern value’ al contesto: man mano che cresceremo, la priorità sarà invece fornire ai selezionatori di fondi e agli investitori locali contenuti e soluzioni di alta qualità.
Come si articola attualmente la vostra offerta e come vi distinguerete rispetto alla concorrenza?
Disponiamo di una gamma di fondi azionari, multi-asset e a reddito fisso: tutti prodotti basati su una filosofia di investimento che vede nell’orientamento al valore il suo perno. Nello specifico, i sei comparti ACATIS registrati in Italia coprono un’ampia gamma di classi di rischio e garantiscono l’adeguatezza per tutti i clienti: Aktien Global Fonds, Value und Dividende, Value Event Fonds, Datini Valueflex Fonds, IfK Value Renten Fonds ed Euro High Yield Fonds. Riteniamo che siano quattro i fattori in grado di distinguerci concretamente dai competitori: il nostro approccio Buffett 2.0; la capacità innovativa, che si sostanzia anche e soprattutto nell’applicazione dell’intelligenza artificiale alla gestione del portafoglio; l’investimento value in obbligazioni e il nostro esclusivo fondo Datini Valueflex.
In un periodo storico come quello attuale, caratterizzato da complessità e volatilità ma anche da titoli growth e tecnologici, qual è lo stato di salute del value investing?
Siamo investitori di lungo termine con un track record che risale al 1994 e questo non è certo il primo periodo di incertezza che viviamo. Mentre negli ultimi dieci anni ha prevalso lo stile growth, portando a un’elevata concentrazione del mercato nelle Big Tech, il nostro approccio si caratterizza per la capacità di distinguere tra speculazioni e innovazioni altamente redditizie. Non evitiamo la crescita o la tecnologia: i portafogli della casa includono infatti nomi come Alphabet e Amazon o NVIDIA, purché soddisfino criteri rigorosi in termini di vantaggi competitivi duraturi e flussi di cassa, ma da inizio anno abbiamo assistito a un forte ampliamento del mercato e a un allontanamento dal comparto. Sebbene l’attuale contesto sia caratterizzato da volatilità, offre anche un terreno fertile per nuove opportunità: in questo quadro, la diversificazione disciplinata rimane la pietra angolare del nostro approccio.
Può spiegare più in dettaglio in cosa consiste l’approccio Buffett 2.0 e qual è il suo valore aggiunto?
L’approccio nasce dall’esigenza di adattare i principi del value investing a un contesto economico molto più dinamico rispetto al passato. Un indicatore significativo di tale dinamismo è che l’età media delle società dell’indice S&P 500 oggi è circa un terzo rispetto a sessant’anni fa: segno di quanto rapidamente innovazione e digitalizzazione possano creare nuove opportunità ma anche erodere modelli di business consolidati. In questo scenario, basarsi su classici indicatori di bilancio come price-to-earnings o price-to-book rischia di guardare troppo al passato perché queste metriche hanno funzionato bene in settori stabili come ferrovie o utility ma risultano meno efficaci in comparti più dinamici quali tecnologia o sanità. Ecco perchè nei nostri fondi attribuiamo maggiore importanza al Moat, cioè al vantaggio competitivo dell’azienda, analizzando fattori che vanno dalla relazione con i clienti alla capacità di generare ricavi fino alla redditività futura del modello di business. Un metodo incorporato nel nostro fondo più longevo, lanciato nel 1997 e chiamato ACATIS Aktien Global Fonds, e che gli ha permesso di registrare dal lancio un rendimento annualizzato del 9,3%.
Su quali segmenti di clientela intendete concentrarvi in via prioritaria. Prevedete di lanciare classi di azioni dedicate agli investitori italiani o nuovi prodotti UCITS ad hoc?
La nostra strategia di ingresso nel mercato italiano è mirata e graduale. L’obiettivo principale è il settore wholesale e wealth management: con sei fondi già registrati nel Paese, intendiamo puntare sulle nostre strategie più consolidate per dimostrare performance e stabilità comprovate. Inoltre, siamo molto flessibili per quanto riguarda la struttura dei prodotti: se il mercato della Penisola richiede classi di azioni personalizzate o veicoli specifici locali, saremo in grado di adattarci rapidamente per soddisfare tali esigenze.
L’uso dell’IA è un altro fattore su cui vi siete concentrati per distinguervi dai competitor. Come avete integrato questa tecnologia e quali miglioramenti avete riscontrato?
ACATIS conduce ricerche sull’intelligenza artificiale da oltre dieci anni con l’obiettivo di integrarla nella gestione dei portafogli. In una prima fase i programmi venivano utilizzati soprattutto per l’analisi dei testi, ad esempio per individuare parole chiave nei report societari, mentre oggi lavoriamo principalmente con modelli di deep learning che sono in grado di individuare autonomamente schemi nei bilanci e applicarli ai nuovi dati. Più ampia è la quantità di informazioni disponibili, maggiore è la capacità del sistema di apprendere. Il risultato è un’intelligenza artificiale che funziona come una vera estensione del nostro team di investimento.
Pensa che l’IA trasformerà il ruolo dell’asset manager nei prossimi dieci anni?
L’IA non è più un concetto futuristico ma una realtà operativa su cui impariamo sempre più a fare affidamento. Gli algoritmi sono in grado di individuare e sintetizzare modelli complessi su una scala impossibile per l’uomo e stanno diventando un catalizzatore trasversale per molti settori. Anche nell’asset management sono quindi in corso cambiamenti strutturali in tal senso e ignorare questa tecnologia nella gestione dei portafogli non è più un’opzione, ma una lacuna strategica.
Dove vedete oggi il maggior valore? E quali rischi macroeconomici ritenete che gli investitori stiano sottovalutando per i prossimi 12-24 mesi?
L’Europa offre alcune delle migliori opportunità grazie a valutazioni interessanti e a prospettive migliorate dagli investimenti in infrastrutture pubbliche e difesa. Guardiamo con favore anche al Giappone, dove tuttavia le valutazioni sono salite dopo il forte rialzo degli ultimi anni. Nei mercati emergenti, la Cina presenta un ampio universo di società ancora poco conosciute dagli investitori occidentali. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, è vero che il mercato resta complessivamente caro ma le recenti correzioni hanno creato opportunità interessanti tra alcuni fallen angels. In ogni caso la selettività rimane fondamentale.
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